Perché M5s è primo nei sondaggi

Dicono i sondaggi che i Cinque Stelle sono di nuovo al top dei consensi. Cioè, una parte maggioritaria del paese sarebbe disposto a dare ai figli di Grillo il potere utile a governare. Alcuni stupiscono di fronte alla tenuta di questo dato nel tempo. Significa che non hai più a che fare, per quanto riguarda il successo di apprezzamenti registrato dal M5S, con un elemento transitorio, congiunturale. Il che ti obbliga ad una complessa serie di comportamenti – soprattutto nel caso non si condivida quella proposta politica – politicamente “opportuni”, in grado di dire con chiarezza, tra le righe, che tieni conto di questa realtà, del fatto che i Cinque Stelle, piaccia o no, sono ora il cardine d’Italia. Questo è potere, esattamente questo. Ma esercitato da chi? Serve chi, questo potere? Così, ti metti al pallottoliere della cronaca politico-amministrativa e provi a rileggere il corso recente delle cose.

Perché esiste ormai una storia della presenza dei Cinque Stelle non solo nel “mercato” della politica, ma anche nelle amministrazioni pubbliche e, a Grillo questa operazione non garba, è possibile rileggere i loro passi dove quei passi decidono le vite degli altri. Ma tutti ora sanno, nello stesso paese in cui si dedica al movimento padronale di Grillo il primato politico, che la quasi totalità degli assunti con cui si sono presentati sulla scena è stata tradita, silenziosamente. Nessuna trasparenza, falsissimo che uno conti uno, perché contano solo Grillo e Casaleggio e gli altri sono comparse da òla, i loro parlamentari si muovono come pedine di un gioco che nasce fuori dalle Grandi Aule, lo streaming e le scatolette da scoperchiare sono da tempo modernariato ideologico, residui di una piattaforma ideale che non ha mai visto la luce terrena, a Roma la signora Raggi sta facendo disastri e ha fatto disastri piegando lo stato d’animo della città, a Torino quella perla rara di Appendino lavora alacremente per cacciare quello splendore di città in una depressione che nemmeno la deindustrializzazione aveva provocato.

Per finire, la balla di “Né di destra né di sinistra” recitata con orgoglio dai fondatori del partito, mostra anche alle nuove generazioni la sua dinamica da trappola usatissima da tutte le soggettività di destra destra della storia. “Né di destra né di sinistra” non è altro che l’abito del lupo, sempre lo stesso, di rigore, come l’abito da sera.

Bene: con questo conto incontestabile tra le mani devi spiegarti com’è che l’Italia voterebbe ancora questi buffi, incompetenti trafficanti di scampoli di ideologie marginali. Verrebbe da concludere che l’odio ormai solidificato dalla crisi nei confronti della partitica italiana è più forte dell’amore per la verità. Ma forse si può articolare il giudizio, la diagnosi con maggiore cautela. Partendo da un dato che non sembra contestabile: tutto ciò che fin qui è stato detto dei Cinque Stelle sui mezzi di informazione di massa, televisivi soprattutto, non ha fornito un quadro apprezzabilmente completo della storia, dell’evoluzione di questo nuovo soggetto.

Molto è stato taciuto, su molto si è sorvolato, poco lavoro di interdizione nei salotti tv di fronte ai rappresentanti di quel mondo così blindato, nonostante le stelle. L’impressione è che fin qui Grillo abbia goduto di un bonus che ritualmente il sistema italiano dedica ai poteri nascenti. Ma se non offri la percezione di un fatto vero anche se complesso come, ad esempio, il legame intenso che Raggi ha sempre trattenuto con gli ambienti della destra destra più indaffarata, esosa e più opaca di Roma, non stai dicendo la verità su quel personaggio e sul mondo cui appartiene. Basterebbe un decimo della durezza quasi feroce che invece è stata dedicata a suo tempo a Marino – il sindaco licenziato stupidamente dal Pd nello studio di un notaio – a rendere giustizia di quella storia. Ma si vede che non è ancora venuto il tempo. Verrà. Intanto pare che siano i primi.