Luzzatto Voghera:
“Antisemitismo,
si prepara la tempesta”

Gadi Luzzatto Voghera è il direttore della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea. CDEC, che ha sede a Milano e sta per aprire i suoi nuovi spazi (archivi, aule, sale per incontri) in un’ala della stazione ferroviaria. E’ un luogo della memoria dello sterminio degli ebrei. Tra il 1943 e il 1945 qui migliaia di ebrei furono caricati su vagoni merci agganciati ai convogli diretti ad Auschwitz-Birkenau e altri campi di sterminio e di concentramento, o ai campi italiani di raccolta come quelli di Fossoli e Bolzano. Dagli stessi binari partirono anche numerosi deportati politici, destinati al campo di concentramento di Mauthausen o ai campi italiani. Il 6 dicembre 1943 partì il primo convoglio di prigionieri ebrei, ed il 30 gennaio 1944 il secondo diretto ad Auschwitz-Birkenau. Soltanto 22 delle 605 persone deportate quel giorno ritornarono. Tra di loro Liliana Segre, allora tredicenne, che benché così giovane sopravvisse all’amatissimo padre. Ora la Fondazione Memoriale della Shoà, il cui presidente onorario è Ferruccio de Bortoli, sarà a fianco della Fondazione CDEC, diretta da Gadi Luzzato Voghera, che è stato docente a Ca’ Foscari e alla Boston University. Come storico gli chiediamo perché stia crescendo l’odio verso gli ebrei, in un clima di rifiuto che riguarda anche altre diversità e minoranze culturali o religiose. Ancora oggi gli ebrei recano in sé la responsabilità di poter parlare e testimoniare, anche per altri perseguitati.

Professor Luzzatto Voghera potrebbe spiegarci il termine antisemitismo?
Mi spiace, no. E’ un termine improprio perché non esiste il semitismo, non si riferisce a nessuna realtà concreta. Questa improprietà nasconde un elemento importante: è un’ideologia politica che identifica, che idealizza come nemici non gli ebrei in carne ed ossa, ma quelli che nell’ideologia si raffigurano. Una metacostruzione.

Fate molta attività con i giovani, nelle scuole e fuori, come CDEC. Vi danno una mano i manuali di storia?
Nei manuali scolastici gli ebrei compaiono poco. La conseguenza è che con i ragazzi è sempre difficile contestualizzare, fare capire dove mettere nella linea del tempo le cose di cui parliamo. Gli studenti dapprima si imbattono negli ebrei all’epoca di Gesù, poi gli ebrei ricompaiono nel Medioevo come prestatori, in seguito c’è un cenno alla loro cacciata da Spagna e Portogallo, se va bene un altro accenno al caso Dreyfus in Francia (un ufficiale ebreo accusato di essere spia di Germania e Italia, poi rivelatosi innocente, in sua difesa Emile Zola scrisse “J’accuse”, ndr) e infine, sperando che vi sia sufficiente tempo a fine anno per approfondire in modo adeguato l’argomento, si parla per sommi capi dello sterminio degli ebrei ad opera dei nazi-fascisti. Il risultato di questi flash storici, brevi e incompleti, è che si creano confusioni anche importanti.

Il rimedio per insegnare una storia che permetta di collocare gli eventi?
Vedo solo un rimedio: la storia dell’Italia va raccontata in tutti i suoi aspetti, in modo inclusivo, non solo parlando di teste coronate, battaglie, trattati. I ragazzi vivono in un territorio che è un libro di storia aperto. Si può risalire dal piccolo indizio, documento, luogo fino alla grande storia, ma toccandone con mano la vicinanza e il senso. Capire che tante popolazioni si sono stratificate nel tempo lì dove viviamo.
La chiesa cattolica è certamente stata la prima a promuovere l’antigiudaismo, come hanno riconosciuto ormai i recenti papi chiedendo perdono.
Anche la portata di questa persecuzione non è facile da descrivere ai giovani che sono figli di un percorso di fede contemporanea, nata col Concilio vaticano secondo. La Chiesa nasce da una scissione nel mondo ebraico, la nuova setta, o comunità, si mette in polemica con la casa madre. Essendo in polemica elabora una serie di argomenti che dovrebbero essere fonte di proselitismo e legittimazione, come il verus Israel: il popolo cristiano, si sostiene, è il nuovo popolo prediletto da Dio. Un antagonismo forte, che porta alla persecuzione degli ebrei.

Anche oggi secondo lei gli ebrei sono percepiti come stranieri?
Sì, e questo è strano perché in Italia ci sono presenze ebraiche che risalgono a ben prima dell’epoca di Cristo. Ma non è strano se si pensa all’efficacia delle leggi anti-ebraiche del 1938, che hanno generato un fenomeno di long durée, di lunga durata, categoria usata dalla storico Braduel. Tutto l’antiebraismo è un fenomeno di lunga durata, è la veste ed il nome dati alle tante paure scolpite nelle nazioni che covano sotto la cenere dell’Europa, e la paura genera un’irrazionalità nei comportamenti che può arrivare al male assoluto. Le leggi antiebraiche hanno fatto questo: sono restate in vigore anche oltre lo sterminio, sono rimaste in vigore nella testa di alcuni. E stiamo andando nella direzione della “tempesta perfetta”, un mix di sovranismo, nazionalismi, violenza, paura. Brodo di coltura dell’antisemitismo.

Come si combatte l’antisemitismo?
L’antisemitismo è una lotta perdente. Lo è anche a prescindere dall’esistenza degli ebrei. Il modello del complotto ha un suo potere autonomo. Che bisogno ci sarebbe altrimenti di dire che il signor Soros è ebreo e ricco ogni volta che si parla di lui, come premessa a ogni critica o accusa? Che bisogno ci sarebbe stato di entrare in una sinagoga e uccidere undici vecchi ebrei? Un falso creato in modo intelligente dalla polizia segreta zarista agli inizi del Novecento, “Il protocollo dei savi di Sion”, continua ad avere successo, è molto letto anche nel mondo islamico. Non c’è alcun bisogno di fatti, di ebrei in carne ed ossa per fare dell’antiebraismo.