L’Unità finisce all’asta. Chi vuole salvarla?

Chi avrebbe mai immaginato che una testata così bella e importante finisse all’asta? Chi avrebbe mai immaginato che quel nome così forte – l’Unità – che per molti è stata un simbolo di lotta e di riscatto, un nome da esibire in faccia ai prepotenti, da difendere dagli attacchi, da far circolare durante la clandestinità sotto il fascismo o da mostrare durante le manifestazioni facesse questa fine? Eppure è accaduto. E’ accaduto anche questo nella triste e tragica dismissione della lunga storia della sinistra, che prosegue incessantemente.

I fatti sono questi: il giudice di Roma ha deciso di avviare le procedure di messa all’asta della testata per garantire i crediti dei lavoratori finiti in mezzo a una strada dopo la chiusura del giornale nel giugno del 2017. La società editrice del giornale, che fa capo al costruttore Pessina, si è rifiutata di liquidare ai giornalisti e ai poligrafici licenziati le loro spettanze e a nulla sono valse né le pressioni né le ingiunzioni di pagamento. A quel punto i dipendenti dell’Unità hanno chiesto a garanzia il pignoramento della testata, che è stato accordato a dicembre scorso. Mercoledì il giudice ha dato mandato a un perito di valutare il valore della testata per poter procedere all’asta.

Ma i tempi sono strettissimi: poco più di un mese. Perché a giugno (quando sarà trascorso un anno dallo stop alle pubblicazioni) decadrà, in base alla legge sulla stampa, l’efficacia della testata e chiunque potrà registrare una testata chiamata l’Unità. Resta invece, inspiegabilmente, a disposizione dell’editore l’archivio storico on line: un patrimonio nazionale immenso che comprende la storia del quotidiano dal 12 febbraio 1924 fino alla chiusura. Siamo davvero all’assurdo.

Sarebbe (ma forse già è) un epilogo vergognoso e inaccettabile per un giornale che ha segnato la storia del Partito comunista, della sinistra e quella dell’Italia. Che è stato in prima fila nella Resistenza contro il fascismo e poi nelle battaglie democratiche e sociali e che ha contribuito alla crescita politica e civile di tanta parte del nostro Paese. Ma non è un epilogo capitato per caso, come fosse un incidente, e senza responsabili.

Certo, il declino non nasce oggi e nemmeno nasce tre anni fa. Sulla pelle del giornale si sono giocate tante partite personali negli ultimi quindici anni che hanno condizionato il suo futuro e quello dei suoi lavoratori. L’ultima in ordine di tempo l’ha giocata Matteo Renzi, dalla chiusura del 2014 in poi. Quando il giornale, per il quale c’erano altre offerte più serie (quella di Matteo Arpe, per esempio), è stato messo prima nelle mani dell’imprenditore Veneziani, editore di gossip che prometteva di “dare la fidanzata di Berlusconi nuda in prima pagina” e poi, a causa delle sue disavventure giudiziarie, in quelle di Pessina. Tutte e due rispondevano alla stessa logica: scegliere un editore non editore che garantisse la totale dipendenza dell’Unità da Renzi. Per questo motivo Arpe era stato liquidato, nonostante la sua proposta avesse una maggiore forza editoriale: perché era considerato meno “affidabile” politicamente e perché tra le condizioni che aveva posto c’erano l’autonomia e l’indipendenza del quotidiano e il suo ancoraggio alla tradizione storica della sinistra.

Questa scelta ha segnato il destino dell’Unità tornata in edicola nel giugno del 2015 con un direttore “fedelissimo” come Erasmo D’Angelis. Il quale ha confezionato un giornale a immagine e somiglianza di Renzi portandolo al minimo storico delle vendite (qualche migliaio di copie, cosa mai accaduta nemmeno durante il fascismo) e di conseguenza – dopo due anni, e dopo una breve e contraddittoria parentesi con Sergio Staino alla guida – alla chiusura definitiva, a cui è seguito l’oscuramento dell’archivio on line per il quale si sono sprecati gli appelli.

Se siamo qui oggi a lanciare di nuovo l’allarme sulla brutta fine di un grande giornale e sul fatto che la sua testata venga messa all’asta, molto dipende da queste scelte compiute contro ogni logica editoriale ma per esclusivo interesse personale. Ma ormai è forse anche inutile ricordare e recriminare. Purtroppo non serve più a molto.

Per evitare che l’Unità – una testata che fu la potente invenzione di Antonio Gramsci nel 1924 per un giornale “che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale” – finisca nelle mani del primo che passa forse servirebbe uno scatto d’orgoglio di questa sinistra smarrita e dei suoi leader. E servirebbe una mobilitazione che almeno riuscisse a ridare una piccola speranza di futuro a una storia che non può finire con un battito di martelletto di una qualsiasi asta pubblica. C’è qualcuno là fuori?