Luisa, Mario Benedetti e quella nostra maledetta solitudine

Che cos’è la solitudine. // Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi: / un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota. // Ho freddo ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro / come un uomo con un libro, ingenuamente. / Pareva un giorno lontano oggi, pensoso. / Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri, / il Natale nei racconti, / le stampe su questo parco come un suo spessore.

Che cos’è la solitudine. / La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare, / si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto, / un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande. // L’ho letto in un foglio di giornale. / Scusatemi tutti.

Il poeta Mario Benedetti, recentemente scomparso, racconta con questo testo pubblicato in Umana gloria (2004) il proprio ritiro dal mondo, un ritiro ingenuo ma al tempo stesso consolatorio.

Cos’è la solitudine?

Foto di Vinson Tan da Pixabay

Che cos’è la solitudine in definitiva ? La società sempre più virtuale, la cui rottura dei rapporti umani è sempre più minacciata anche dalle restrizioni dovute al Covid, una società che punta al contrario ad una affermazione e una consacrazione estetica basata sull’utilizzo della propria immagine, come in un’opera dannunziana, una società come questa porta dentro di sé scorie: e le scorie sono gli ultimi, i disagiati, gli inadatti a questo modello.
In questi giorni a Bologna si è parlato di Luisa, morta a 62 anni dopo una vita passata in un camper parcheggiato in Via Pier De Crescenzi, a pochi passi dai viali della città e dal Museo d’Arte Moderna: non sono pochi i camper, per esempio nel parcheggio del cimitero della Certosa, a due passi dal mitico Stadio Dall’Ara. Luisa aveva rifiuto il percorso di assegnazione dell’alloggio popolare, voleva vivere così la sua vita, accudire il cane ora affidato al fratello.

Quel che sappiamo di Luisa

Non ne conosciamo i motivi di questa solitudine, Luisa ai volontari di Cucine Popolari che da tempo la supportavano non ha mai dignitosamente raccontato nulla trincerandosi dietro l’ironia che da queste parti non manca, ma l’ironia è spesso una maschera difficile da togliere.

Aveva accettato di essere ospitata qualche giorno in albergo, albergo pagato dai volontari con una colletta, per il peggioramento delle proprie condizioni e per il caldo oppressivo che nelle ultime settimane ha circondato la città.

Mercoledì scorso avrebbe avuto un controllo in Ospedale, quando i volontari di Piazza Grande l’hanno raggiunta per portarla all’appuntamento l’hanno trovata morta.

Indifferenza e cinismo

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Foto di ArtTower da Pixabay

In via Pier De Crescenzi i volontari assieme a un mazzo di fiori hanno lasciato un foglio (conservato in una busta di plastica, quelle che si trovano in cancelleria e che in questo caso serve a proteggere dalle intemperie): “Luisa viveva nel camper qui parcheggiato. Il 26 agosto è morta, sola”. E in quel “sola” che distrattamente alcuni avranno notato passando si rivede tutto il vuoto che Mario Benedetti così totalmente racconta.
L’abitudine a guardare dentro ai nostri cellulari ci sta impedendo di guardare attorno a noi, ci impedisce di leggere i cartelli,di chiederci per quale motivo ci sono questi camper parcheggiati, queste persone che preparano le coperte mentre noi attraversiamo le vie del commercio il sabato pomeriggio.

Il cinismo che si sta impadronendo di noi non ha una vera soluzione se non quella di considerare vitale un mezzo: riproposta viralmente sui social quella di Luisa sarebbe una storia tristissima da fare “scorrere” nelle notizie dello smartphone per qualche secondo per poi passare alla prossima.

Per chi l’ha incontrata Luisa era una persona fisica e per quanto possibile qualche piccola parte di vita assieme. Quello che forse dovremmo ricominciare a fare anche per onorare Luisa è guardare le tante persone che ci sono accanto, i tanti disagi, i tanti disamori. Piccoli, grandi. Umani, sentimentali, sociali, lavorativi: qualsiasi.
Alle persone dovremmo cercare di parlare, occhi negli occhi, non filtrati da uno schermo. Quello schermo maledetto ci sta portando via una umanità che poche semplici frasi attaccate su un palo, riposte in una cartellina di plastica trasparente, con un piccolo mazzo di fiori ci ha riconsegnato nella brutalità che forse non siamo più in grado di metabolizzare.

Mario Benedetti, Umana Gloria, Mondadori 2004, oggi in Tutte le Poesie, Garzanti 2017.