L’Ue sospende l’austerità.
Ora la sinistra lotti
per una solidarietà keynesiana

La pandemia da Coronavirus ha avuto in Europa l’effetto di un terremoto non solo economico. In poche settimane tutti i capisaldi dell’arcigna politica di austerità con cui ci eravamo familiarizzati sono spariti. Il loro simbolo era quel 3% del rapporto deficit-Pil che ogni anno faceva dannare tutti i governi con un debito pubblico stratosferico come il nostro. I nostri governanti erano soliti presentarsi con il cappello in mano a Bruxelles per avere una qualche flessibilità che ci consentisse, o meglio consentisse ai nostri “lor signori”, di continuare a fare le cicale, trascurando l’evasione fiscale, le povertà e le diseguaglianze crescenti, la precarietà del lavoro, i bassi salari e operando tagli alla sanità e ai servizi di welfare.

Sassoli presidente europarlamentoDopo qualche stonatura iniziale, la musica nelle alte sfere di Bruxelles ha cominciato a cambiare. In poche settimane, addio al patto di stabilità, al Fiscal Compact, al divieto degli aiuti di Stato, al pareggio di bilancio, al totem del 3% e alla riduzione a marce forzate al 60% del debito pubblico. Tutte cose travolte dalla pandemia nello spazio di pochi giorni e abbandonate dall’Ue nella cantina dei ferri vecchi. Poi sono cominciati ad arrivare i provvedimenti. A iniziare è stata la Bce, istituzione che funziona a maggioranza dei componenti, che ha allargato l’acquisto dei titoli di Stato (750 mld) per tenere basso lo spread, soprattutto dei paesi con un elevato debito pubblico. Poi sono arrivati i prestiti a basso tasso d’interesse: Sure (Cig), Bei (investimenti) e il facoltativo Mes (sanità): in tutto circa 540 mld . Per ultima è arrivata la proposta di 750 mld (500 a fondo perduto) del Recovery fund, ribattezzato “Next Generation Eu”, collegato alla proposta di portare a 1.100 mld il Bilancio europeo. Insomma, l’Ue, nelle sue varie istituzioni economiche, intende mobilitare complessivamente 3.140 mld. All’Italia ne arriverebbero circa 479 lordi.

Il “Next generation Eu” appare lo strumento più innovativo per diverse ragioni: a) sarebbe finanziato attraverso l’emissione di titoli europei; b) potrebbe prevedere tasse europee come la digital tax e quelle su emissioni inquinanti, grandi multinazionali che beneficiano del mercato unico europeo e plastica; c) i fondi sarebbero assegnati su programmi precisi nei settori previsti, in particolare su transizione green e digitalizzazione, presentati dagli Stati nazionali e controllati dalla Commissione europea. Tutto ciò, gestito dalla Commissione diretta dalla von der Leyen, introduce un elemento federalista e solidale nella gestione dell’economia europea a Trattati vigenti. Al tempo stesso, fa risaltare gli ostacoli di tipo intergovernativo e “confederale” che ostacolano la tempestività dell’azione dell’Ue. È del tutto assurdo che per avere operativi 1.850 miliardi di Bilancio e del nuovo fund, bisognerà aspettare il negoziato, per niente facile, dei capi di governo dei 27. Con il risultato che potrebbero essere disponibili solo ai primi dell’anno prossimo. Quando il babbo potrebbe essere morto.

Sul piano economico e sociale le altre contraddizioni europee si acuiscono in mancanza di politiche fiscali omogenee (dumping di paradisi fiscali), del lavoro (diritti dei lavoratori), del controllo dei movimenti finanziari speculativi, delle delocalizzazione industriali, del welfare e della sanità. Per non parlare della politica di difesa ed estera e della permanenza nell’Unione di paesi che abbandonano i valori della democrazia antifascista e anti-xenofoba (Polonia, Ungheria ecc.). Il cambiamento solidaristico e keynesiano in corso reclama un salto dell’Ue anche sul piano della governance istituzionale. S’impone un allargamento del principio federalista, il superamento dell’unanimismo intergovernativo di tipo confederale, l’aumento dei poteri della Commissione e dell’Europarlamento.

Ovviamente su tutti gli interventi economici proposti e succintamente prima riassunti, si può e si deve discutere, si possono avere tutte le prudenze del caso, guardare bene le condizionalità, scandagliare i limiti quantitativi e qualitativi, ma l’esame dell’albero non può nascondere la vista della foresta. Chi da sinistra ha combattuto con rigore e determinazione la politica di austerità neoliberista ribadita dopo la crisi del 2008-11, criticando a fondo e respingendo il riformismo subalterno al neoliberismo, deve cogliere l’inizio del mutamento per cui si è battuto e starne all’avanguardia. E ciò proprio per spingere verso il superamento urgente delle contraddizioni economiche e di funzionamento istituzionale suaccennate e nella direzione della solidarietà progressista sovranazionale in Europa. C’è chi teme che una volta passata la pandemia, l’Ue torni alla vecchia politica di austerità. Timore non infondato ma che non deve paralizzare. Il modo migliore per evitare un tragico ritorno è proprio quello di lottare affinché il cambiamento iniziato si allarghi a tutto campo.

Le scottature patite con la politica di austerità devono rendere l’occhio vigile, non cieco.