Lucio Magri, la ricerca dei soggetti sociali
per costruire un “altro comunismo”

In questo 2021 in cui ricorrono i 100 anni dalla nascita del Partito comunista d’Italia e i 50 dall’inizio delle pubblicazioni del quotidiano Il Manifesto, il libro di Simone Oggionni Lucio Magri. Non post-comunista, ma neo-comunista (EdizioniEfesto, Roma) consente di riflettere con maggiore consapevolezza sul pensiero e l’azione di un protagonista importante delle vicende del movimento comunista italiano.

Nel 2009, recensendo su L’”Indice dei Libri del Mese” il libro di Magri Il sarto di Ulm (Il Saggiatore), Aldo Agosti aveva notato come una delle opere più interessanti sulla storia del Pci fosse stata scritta da un dirigente che, in realtà, aveva militato in quel partito per un periodo relativamente breve. Magri, nato nel 1932, si era, infatti, iscritto all’inizio degli anni Sessanta per poi essere radiato nel 1969 ed era “rientrato” – al momento della confluenza del Pdup- nel 1984, 5 anni prima della svolta del 1989.

Un percorso politico che inizia tra i giovani dc

Uno dei meriti maggiori del libro di Oggionni, grazie a uno scrupoloso lavoro di ricerca e di archivio, è quello di ricostruire il percorso politico di Magri prima del suo ingresso nel Pci. Sia a Bergamo, sia a livello nazionale, Magri negli anni Cinquanta partecipò attivamente, insieme tra gli altri a Beppe Chiarante, alle vicende del movimento giovanile di sinistra della Democrazia Cristiana, in un rapporto molto stretto di collaborazione con Giuseppe Dossetti e Franco Rodano. Oggionni analizza gli articoli giovanili di Magri sulle varie riviste di quell’arcipelago politico e culturale, in cui era decisivo il tema del rapporto con i comunisti, a partire dallo studio dei testi di Gramsci che in quegli anni uscivano sotto la direzione di Felice Platone e l’influsso di Palmiro Togliatti.

Erano posizioni destinate ad entrare in conflitto con la direzione nazionale della Dc e con Amintore Fanfani in particolare. Da quel contrasto maturò la decisione di Magri, insieme a Chiarante ed altri tra cui anche Mario Melloni (il futuro Fortebraccio de l’Unità), d’iscriversi al Pci. Oggionni, nella prima parte del suo libro, ricostruisce la biografia politica di Magri, dal dibattito interno al partito dopo la morte di Togliatti sino alla radiazione e, successivamente, il suo ruolo di dirigente de Il Manifesto e del Pdup negli anni Settanta e nella prima metà degli anni Ottanta. A completare questa parte viene pubblicato un testo inedito di grande interesse: la trascrizione dell’intervento dal titolo Il Pci nella storia d’Italia; spunti e riflessioni per chi non c’era che Magri tenne a Marzabotto nel 2010 all’interno di un seminario sulla storia dei comunisti italiani a partire dalla recente pubblicazione de Il sarto di Ulm.

La seconda parte del libro di Oggionni è invece dedicata all’analisi del pensiero politico di Magri e alla sua ricerca di “un altro comunismo” per riprendere il titolo di una sua conversazione con Famiano Crucianelli e Aldo Garzia pubblicata nel 2012 (Il Saggiatore), un anno dopo la sua morte. La lettura delle pagine di Oggionni consente di cogliere alcuni temi che sono sempre stati al centro della riflessione e della ricerca teorica di Magri nelle diverse fasi della sua vita. In questa sede vorrei soffermarmi su uno in particolare, divenuto per lui particolarmente urgente all’inizio del nuovo secolo: il tema dei soggetti sociali nella cultura comunista.

Un problema che per Magri era insieme la questione decisiva ma anche uno dei temi più in crisi dell’intero sistema di pensiero marxista alla fine del Novecento e che ne richiedeva una radicale rifondazione. Per Magri, infatti, il comunismo non si poteva ridurre a un semplice ideale, ma restava, secondo l’insegnamento di Marx, il frutto di esigenze e possibilità che maturano attraverso lo sviluppo del capitalismo e la sua crisi ed è il prodotto di una forza sociale storicamente e materialmente fondata che matura il bisogno e ha la forza e la capacità di realizzare una società diversa, un salto nella storia.

 

rossana rossanda

Il bisogno di una “forza collettiva”

Il sistema capitalistico e finanziario , alla fine del Novecento, dimostrava però una notevole capacità ad assimilare e a disaggregare i diversi movimenti di opposizione presenti nella società grazie a tre ragioni fondamentali: la frantumazione e la dispersione della forza lavoro; la manipolazione dei soggetti sociali, attraverso l’influenza sui loro valori e sulla loro capacità critica, da parte dei mezzi di comunicazione, della scuola e dei consumi di massa; l’estrema concentrazione del potere economico e politico a livello internazionale e la capacità dell’economico di diventare perversamente un principio unificante di tutti i settori della società.

Anche dalla lettura dell’accurata analisi di Oggionni del pensiero di Magri, mi sembra che emerga con forza la sua convinzione che per agire con efficacia in questa situazione ci fosse bisogno di una forza collettiva che superasse l’idea di un partito costruito intorno alla conquista del potere, ma che si ponesse al contrario il progetto gramsciano di una riforma politica e morale, intesa come modificazione delle coscienze, formazione di una cultura alternativa attraverso la partecipazione e l’autorganizzazione delle masse.

Per Magri, però, nella nostra società attuale – cosi diversa da quella di Gramsci- questo modello di soggetto politico non si poteva formare attraverso la costruzione di una cultura autonoma, tutta soggettiva, tutta nelle teste delle persone. Si doveva, cioè, affrontare il nodo della persuasività delle strutture dominanti sulla coscienza degli individui e porsi il compito di riformare gran parte delle istituzioni: a cominciare dalla scuola, rimettendo al centro la dimensione formativa al posto della formazione professionale e rendendola permanente nella vita delle persone. Senza di questo il senso comune era destinato ad essere continuamente ricostituito dalle classi dirigenti, impedendo ogni reale trasformazione.

Se mi è concessa una piccola nota biografica, io conobbi Lucio Magri nel 1982, in occasione di un Convegno Nazionale sui “Giovani e la politica” organizzato dal Pdup. Ero ancora uno studente liceale e dopo un mio intervento Magri venne a salutarmi e per prima cosa volle sapere quale periodo della storia stavamo studiando a scuola. Quando gli dissi che stavamo approfondendo il tema della nascita della società moderna, mi disse: “ricordati che c’è un tema decisivo, che mi ha sempre affascinato e tormentato: la differenza tra le rivoluzioni borghesi e quella del proletariato. Quando la borghesia ha preso il potere, anche in modo violento come nell’89, si era già largamente formata come classe dirigente. Il proletariato invece deve puntare ad una rottura senza essere stato prima classe dirigente, perché sino alla vigilia è stato classe subalterna all’interno del sistema dato. E questo cambia tutto. Pensaci su”.

Era un invito a pensare e soprattutto a cercare sempre di cogliere – come il libro di Oggionni dimostra – quanto le lotte del secolo avevano comunque seminato e le ambiguità presenti in ogni aspetto della trasformazione in atto: la sua speranza – che alla fine purtroppo è venuta meno – era rivolta a una realistica azione riformatrice che, nel solco della migliore tradizione del comunismo italiano, in qualche modo anticipasse nei suoi contenuti i tratti di una società diversa e soprattutto aprisse nuovi spazi e occasioni a un’iniziativa sociale non solamente rivendicativa ma capace di inventare nuovi modi di produrre, nuovi collegamenti sociali, superiori livelli di coscienza.

 

 

 

Simone Oggionni

Lucio Magri

Non post-comunista ma neo-comunista

EdizioniEfesto