L’opposizione politica
ancora non c’è
ma la società civile?

Ma dove sono finiti tutti quanti? Hai voglia di dire che non c’è opposizione politica, che la sinistra è tramortita, che il governo della destra populista agisce senza avversari. Qui è la cosidetta “società civile” che sta completamente evaporando. O, meglio, le sue elites: giuristi, intellettuali, il mondo della cultura, quello  dell’informazione. Se si alzano delle voci è solo per denunciare l’assenza dell’opposizione. Bel paradosso.

Eppure fino a non molto tempo fa quelle voci si sentivano, eccome. Neppure due anni fa, di questi tempi, era all’apice la battaglia sulla riforma della Costituzione. C’era un grande fermento, tra comitati per il no,  interventi di insigni professori,  appelli e manifestazioni contro un progetto certo controverso ma neanche lontanamente paragonabile all’attacco alla Costituzione materiale messo in atto dagli attuali governanti. Ma a quanto pare il “riflusso” ha coinvolto un po’ tutti, dal professor Zagrebelski  al professor Montanari, solo per citare i più attivi all’epoca nel denunciare i pericoli del disegno di legge Boschi. Oggi che Matteo Salvini minaccia i magistrati un giorno sì e l’altro pure e che il suo collega Di Maio fa lo stesso con la libera informazione, tutto tace o quasi. Persino gli appelli, che non costano niente, si sono rarefatti.

E ricordate il cosidetto “bavaglio”? Le mobilitazioni dei giornalisti, delle loro associazioni e sindacati contro qualsiasi progetto che puntasse a porre limiti all’informazione. Anche quelli più ragionevoli, per esempio quello del governo precedente in materia di intercettazioni:  escludere dalla pubblicazione (non dalle indagini) le conversazioni di soggetti estranei alle inchieste giudiziarie o di nessuna rilevanza penale, in fondo, non toglieva proprio nulla alla libera informazione. Così in tanti – nel mondo della stampa– hanno  salutato con favore  l’intervento del ministro grillino della giustizia che – assieme all’azzeramento della riforma sulle pene alternative, ovvero di un simbolo di civiltà – ha annullato anche le nuove disposizioni in materia di intercettazioni. Giornalisti ed editori felici e contenti, mica solo quelli del Fatto quotidiano. Ma come la mettiamo ora che il vicepremier Di Maio ha sferrato le sue minacce contro i giornali che a suo dire danno una rappresentazione ostile del governo e annuncia che gli toglierà la pubblicità istituzionale, in perfetto stile Orban? O che il sottosegretario Crimi annuncia che saranno tolti i (pochi) fondi anche alle cooperative? Diciamo la verità, non è che la categoria si sia fatta molto sentire. E’ toccato ancora una volta al presidente della Repubblica Mattarella ricordare che l’autonomia dell’informazione va rispettata, è un valore alla base della democrazia. Così come aveva fatto a difesa dei giudici, ricordando che nessuno è al di sopra della legge, neppure Salvini.  Verrebbe da dire che per fortuna almeno le istituzioni democratiche, anche quelle più solenni, gli anticorpi ce li hanno…

E in senso più ampio, il mondo della cultura come reagisce? Con rarissime eccezioni, per esempio quella di Roberto Saviano, non è che si vedano in giro grandi mobilitazioni di scrittori, di intellettuali, di studiosi per l’orrore che si consuma nei nostri mari.  La reazione è soprattutto “dal basso”: i volontari, le popolazioni solidali con chi arriva dopo viaggi infernali e non viene fatto sbarcare, i medici eccetera eccetera. Ma gli intellettuali? Pochissimi hanno seguito gli esempi di Saviano, o di Zoro ( i suoi reportage sono uno straordinario atto di accusa tanto più in una rete tv sempre più filo-grillina), o – per restare alla televisione – non si sono sentite grandi proteste per i continui rinvii della fiction Rai su Riace, il comune dell’accoglienza: evidentemente quando la politica dell’integrazione assume un volto popolare come quello di Beppe Fiorello fa più paura. Ma, appunto, è una battaglia in solitudine.

A rischio di mettere troppa carne (e polemiche) al fuoco, nella lista dei “desaparecidos della società civile” si potrebbe forse aggiungere il movimento delle donne. Intendiamoci non spetta certo a questi movimenti arginare l’attacco alla democrazia dei nuovi governanti. Ma dispiace che sigle come “Se non ora quando”, capaci di portare in piazza migliaia di donne e di uomini all’apice del caso Ruby e delle “cene eleganti” di palazzo Grazioli, non sia in grado di replicare un simile evento a difesa ad esempio delle donne migranti, in fuga dalle violenze dei loro aguzzini e tra le principali vittime, assieme ai loro figli, delle stragi nel Mediterraneo, nell’indifferenza generale.

Forse all’origine di tanto distacco c’è anche una certa delusione per chi – tra intellettuali, studiosi, attori – aveva denunciato “la sinistra  dell’estabilishment” puntando tutto  sul Movimento che prometteva giustizia sociale e lotta contro i potenti. Si è visto, in questi primi cento giorni, come è andata a finire. Amarezza e delusione cominciano a diffondersi, ma i sondaggi dicono che la strada è sempre più in salita. E comunque è innanzitutto alla politica che spetta di fare opposizione, di trovare nuovi progetti, leader, proposte, per arginare una destra sempre più pericolosa e dilagante. Ma nessuno può e deve ritenersi estraneo, come nei momenti più delicati della nostra democrazia. E’ troppo comodo tirarsene fuori e delegare tutto ai politici di professione, tanto più dopo averli avversati e criticati, non certo da oggi. Anche perché la “merce”ormai scarseggia pure a sinistra.