“All’Ilva il risveglio
di noi tute blu”

Il governo che ritiene irricevibile la proposta del gruppo Mittal-Marcegaglia non è il solo risultato per i lavoratori dell’Ilva di Taranto. Gli operai dell’acciaieria più grande e pericolosa d’Europa, ieri, hanno preso finalmente coscienza della propria forza. Come non accadeva da decenni. Superare il 90% dell’astensione in una classe operaia sfiancata dai ricatti e dalle paure di perdere il posto, demoralizzata da troppe delusioni di una classe politica distante e a volte connivente, è stato un trionfo da far valere.

Il clima, insomma, è cambiato e lo si capiva guardando i volti che affollavano le portinerie bloccate dello stabilimento. Volti nuovi, di quelli che mai prima d’ora avevano osato rinunciare alla timbratura per rispondere alle chiamate di lotta delle organizzazioni sindacali o dei leader dei movimenti ambientalisti. Lo ha capito bene chi la fabbrica la vive da salariato e l’ha anche studiata e con essa ha studiato chi ci lavora. Giuse Alemanno, dipendente Ilva, l’operaio scrittore le cui analisi hanno sempre precorso i tempi del cambiamento.

Che insegnamento si può trarre dalla risposta che ha dato ieri la classe operaia?

«L’impressionante riuscita ridona speranza a chi, come me, crede ancora che negli animi degli operai jonici alberghi un desiderio di riscatto. Il risveglio della massa dei lavoratori dell’Ilva di Taranto, è concomitante al selvaggio pronunciamento degli ipotetici nuovi padroni della grande acciaieria i quali propongono un esorbitante taglio del personale e, per chi resta, l’impoverimento di diritti e salari, approfittando delle boiate stabilite dal jobs act e dall’abolizione delle tutele a favore dei lavoratori derivanti dall’applicazione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori».

Ieri, però, qualcosa sembra essersi svegliato.

«Gli scioperi dell’Ilva qui a Taranto son diversi dagli altri perché gli attori non sono abituati a protestare; tra i danni provocati dai detentori delle funzioni direttive dell’epoca “Riva” è annoverabile anche il disinnesco della rabbia dei lavoratori che, privati all’origine anche del minimo senso di coscienza di classe, hanno spesso disertato in massa le occasioni in cui dovevano reagire e, invece, partecipato a scioperi burla in cui, amaramente, in fondo beffavano sé stessi».

Questa volta, insomma, i lavoratori hanno detto No. Durerà nel tempo o si disperderà come è successo altre volte?

«Il rischio che si disperda è forte. Tutto questo crogiuolo di passioni, roba forte, roba da far tremare qualsiasi mutanda, viene accolto dai lavoratori dell’Ilva nel solito modo: con una spolverata di scetticismo, con un accenno di soddisfazione, con un pizzico di rimpianto per i soldi persi a causa dello sciopero, con una carrettata di quel magnifico fatalismo meridionale che, anche di fronte al peggiore cataclisma, trova sempre chi ritiene opportuno andare a prendere un caffè. Però è stato bello passeggiare in mezzo ai colleghi occupati a far nulla fuori dalle portinerie dello Stabilimento. Mi son sembrati diversi, più convinti, più adulti, addirittura più maturi. Probabilmente, per una volta, consci della propria forza. Senza bisogno di dottrine, senza nessuna spiegazione, senza alcuna scuola di pensiero unico».

Il ritorno della classe operaia che si riappropria del proprio destino?

«Ecco, io vorrei si ripartisse da qui: dalla restituzione della consapevolezza naturale della potenza dell’azione operaia. Sarebbe il primo grande passo. Altri ce n’è da percorrere, duri, faticosi e pieni di insidie. La strada per l’emancipazione dei lavoratori dell’Ilva di Taranto è lunga, difficile e piena di agguati. Ma le nostre ‘tute blu’ devono farcela. Passa anche attraverso il loro impegno il risorgimento della classe operaia».