L’ONU all’Italia: follia
dire che i porti libici
sono “approdi sicuri”

Chi sostiene che i migranti salvati in mare debbano essere riportati in Libia sostiene una cosa assurda. António Guterres, il segretario generale dell’ONU, non nomina il governo italiano, ma non ci sono dubbi su chi sta accusando. È uno schiaffo a Roma. Il capo delle Nazioni Unite era a Tripoli per cercare di organizzare la conferenza che avrebbe dovuto mettere intorno al tavolo le varie fazioni che si stanno combattendo per discutere di elezioni. L’evento è saltato perché il generale Haftar ha scatenato l’”attacco con tutti i mezzi” contro il governo Saraj, ma prima che lo scontro precipitasse, Guterres aveva visitato alcuni dei lager in cui sono tenuti prigionieri i profughi giunti in Libia per proseguire verso l’Europa. Il segretario dell’ONU sapeva che cosa doveva aspettarsi: più volte in passato sia lui che i suoi uffici avevano denunciato le illegalità e le violazioni dei più elementari diritti umani ai danni dei prigionieri. Ma ai giornalisti ha detto di essere rimasto terribilmente scioccato da quel che ha visto. Poi lo ha scritto in una nota, cui, pochi minuti dopo, ne ha aggiunta una seconda: è davvero assurdo sostenere che la Libia sia un “approdo sicuro” in cui portare i naufraghi salvati in mare come, contro tutte le apparenze e nonostante prove certe e documentatissime, continua a sostenere il governo di Roma.

Antonio Guterres

La nota aveva un destinatario inespresso ma molto chiaro. E il fatto che il segretario generale delle Nazioni Unite accusi, implicitamente ma con tanta durezza, il comportamento del governo di Roma è un fatto politico che il capo del governo italiano e il suo vicepremier Matteo Salvini avranno qualche difficoltà a banalizzare o a respingere, magari chiedendo al capo dell’ONU di “farsi eleggere in Italia”, come recita l’eterno ritornello che il ministro di tutti i ministeri dedica a coloro che lo invitano a rispettare la legge e il buon senso.

La dura presa di posizione di Guterres è arrivata proprio nel momento in cui Salvini si prepara all’ennesimo braccio di ferro con una nave carica di naufraghi costretta a cercare un approdo in Italia. La “Alan Kurdi”, di proprietà della ONG tedesca Sea Eye sta facendo rotta verso Lampedusa con 64 persone salvate da un’imbarcazione che stava affondando al largo della costa libica senza che alcun mezzo della guardia costiera di Tripoli fosse intervenuto. La rotta verso Lampedusa è obbligata dal maltempo e suona come una stupida provocazione la solita litania recitata dal ministro che i porti sono “chiusi”, che nessuno della “Alan Kurdi” “metterà piede in Italia” e che la nave dovrebbe fare rotta verso “un porto tedesco”, lontano settimane di navigazione nel Mediterraneo in tempesta e poi nell’Atlantico e nel Mare del Nord. La pretesa di “chiudere” i porti a imbarcazioni in evidente stato di necessità è un altro atteggiamento che rischia di mettere il governo italiano in una situazione di violazione del diritto e delle norme che potrebbe, anch’essa, essere sanzionata dall’ONU. Oltre che, come si è visto, dalla magistratura italiana.

Vedremo che cosa accadrà ora e se si profilerà un caso simile a quelli della Diciotti, della Sea Watch o della Mar Jonio. Stavolta però il ministro della Paura si troverebbe ad affrontarlo in una situazione più debole, sia per i contrasti in seno al governo che renderebbero probabilmente i Cinquestelle meno prodighi di soccorsi politici allo scomodo alleato, sia perché anche il fronte internazionale della durezza sovranista comincia a dare segnali di cedimento. La vittoria di una democratica europeista e antipopulista alle elezioni presidenziali nella piccola Slovacchia, ex bastione del gruppo di Visegrád, è stato un colpo. Un altro colpo è arrivato dalla sconfitta clamorosa dell’amico Erdoğan a Istanbul e ad Ankara. E poi c’è il giallo dell’assenza di due campioni del sovranismo come Marine Le Pen e Viktor Orbán all’incontro della componente europea convocato dallo stesso Salvini lunedì a Milano. Lui minimizza e sostiene, con un sorriso tirato, che i due non ci saranno perché nessuno li ha invitati. Pare abbastanza strano e in ogni caso a Bruxelles tutti sanno che i negoziati per la formazione di un eventuale unico gruppo di tutti i deputati sovranisti che verranno eletti si sono arenate su una serie di veti incrociati.