Sull’Italia l’ombra
della Controeuropa

L’ultimo tassello lo hanno messo gli elettori della piccola Slovenia, mandando al potere il nazionalsovranista Janez Jansa, protegé del ben più noto e ingombrante vicino di casa Viktór Orban. Non è stata una vittoria travolgente: meno del 25% dei voti con l’astensione più alta nella storia del paese, a conferma che è la disillusione per la politica l’alleato più forte di questa nuova destra europea. E comunque è un fatto: il mosaico è completo. Dai confini della Russia di Vladimir Putin, passando per la Bielorussia, l’Ucraina (nemica della Russia ma in nome del nazionalismo suo proprio), la Polonia, la Cechia, la Slovacchia il cui governo continua a dirsi socialista ma non lo dimostra proprio, l’Ungheria, l’Austria del giovane rampante Sebastian Kurz, e ora la Slovenia si è formata una Controeuropa opposta e nemica all’Europa di Bruxelles. La Controeuropa ha anche un rudimento di istituzioni proprie, il gruppo di Visegrad, e una bozza, rozza e inquietante, di dottrina politica: la “democrazia illiberale”, introdotta (come teoria perché nella pratica è disinvoltamente praticata da anni) dall’ideologo del regime ungherese Kovács Zoltán.

Che relazione avrà l’Italia del nuovo governo di destra con questa Controeuropa? Matteo Salvini, in uno dei suoi comizi in cui fa il ministro dell’Interno con i metodi del capopolo e il capopolo con l’autorità del ministro, ha dato a modo suo una risposta. Ho parlato al telefono con Orbán – ha raccontato – e ci siamo messi d’accordo: insieme cambieremo le regole dell’Unione Europea.

Vaste programme, avrebbe detto De Gaulle. In attesa che il duo si metta all’opera, è il caso di sottolineare che il feeling di Salvini e della sua lega con il gruppo di Visegrad non è certo una novità e ha una sua intrinseca logica. Alla destra in quanto tale piacciono tanto il nazionalismo, riscoperto nei paesi al di là del Brennero e di Tarvisio nella versione sovranista anti-UE, quanto i presupposti della democrazia illiberale, quelli che l’autocrate ungherese sta cercando di affermare in una nuova costituzione mutuata dall’esempio dell’autocrate russo, con l’obiettivo di affermare un potere senza bilanciamenti e senza vincoli né controlli, accompagnandolo con il dichiarato proposito di eliminare l’opposizione “con la politica ma anche con la legge”.

Ci sono però una serie di contraddizioni che renderanno il cammino comune dei sovranisti europei molto complicato, se non impossibile. La prima attiene alla natura stessa dell’impostazione politico-ideale cui i protagonisti fanno riferimento. Il nazionalismo è per definizione opposto alla dimensione sovranazionale. La difesa degli interessi nazionali e degli ambiti di sovranità porta naturalmente al conflitto, come la storia ci ha insegnato con abbondanza di tragedie. I “piccoli” paesi che fecero parte dell’impero sovietico possono trovare un terreno d’intesa nella comune ostilità (e nella comune paura) verso il grande vicino russo, anche se questo comunque non copre tutti i possibili conflitti, come ad esempio quelli, sempre pronti a esplodere, relativi all’esistenza di minoranze come quelle ungheresi in Slovacchia o in Romania o quelle russe nelle repubbliche baltiche. Ma se si colloca il sistema delle relazioni sul piano del confronto degli interessi, è evidente che l’Italia e i paesi di Visegrad hanno ben poco da spartire.

Un esempio viene proprio in queste ore dalla discussione sulla riforma del protocollo di Dublino sui profughi politici. Matteo Salvini non è andato alla riunione in Lussemburgo perché doveva assistere al dibattito in parlamento sul nuovo governo. Ma se fosse andato si sarebbe opposto alle proposte della presidenza bulgara del Consiglio come hanno fatto i paesi di Visegrad ma per ragioni completamente opposte alle loro. Per quelli è comunque inaccettabile l’allocazione di profughi politici nei loro stati, per l’Italia è inaccettabile un sistema che non la preveda, e in quantità e tempi adeguati. Il che rende un poco grottesca la soddisfazione con cui il leader leghista ha accolto, a Roma, il fallimento della proposta bulgara. Forse non glielo hanno spiegato bene, ma non c’è stata alcuna vittoria del “fronte del no”. Quel fronte non esiste proprio e quando i leghisti, e anche i 5Stelle, denunciano che l’Europa “ci ha lasciato soli” nell’accoglienza ai migranti farebbero bene ad aggiungere che le maggiori responsabilità vanno cercate non a Bruxelles, e nemmeno a Berlino, ma a Varsavia, Budapest, Praga, Vienna. E forse non sarebbe inutile che quando si incontreranno, Salvini chiedesse conto a Orbán della quantità di soldi “nostri” (per usare le sue categorie) che l’Ungheria riceve in qualità di fondi per lo sviluppo delle regioni arretrate e per l’agricoltura e che spende invece per finanziare l’altrimenti insostenibile flat tax che ha adottato.

Di esempi della inevitabilità del conflitto all’interno della Controeuropa se ne potrebbero fare molti altri, ma la lezione che se ne trarrebbe è sempre la stessa: la convivenza e la conciliazione di interessi diversi è impossibile in un sistema che non preveda istituzionalmente la cessione di quote di sovranità nazionale. La Controeuropa non sarà mai una realtà politica solida.

C’è un’altra contraddizione che si cela dietro il rapporto auspicato da Salvini tra l’Italia lego-pentastellata e Viktór Orban. L’autocrate ungherese sta mettendo in piedi la sua “democrazia illiberale” approfittando della connivenza del Partito Popolare Europeo, del quale il suo partito Fidesz è parte integrante. Il PPE, pur di tenersi le truppe ungheresi per conservare la maggioranza al parlamento europeo e in vista delle prossime elezioni, ha ingoiato finora senza obiettare rospi abbastanza disgustosi, come l’abolizione dell’autonomia della Banca Centrale ungherese, i controlli imposti alla magistratura e le gravi limitazioni alla libertà di stampa, clamorosamente evidenti durante l’ultima campagna elettorale. Non solo, ma ha accettato di fatto anche il veto che Orbán ha già annunciato nell’ipotesi che venga in futuro adottata la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato Europeo, che prevede sanzioni fino alla sospensione per i paesi che non rispettino i diritti fondamentali e le garanzie democratiche, nei confronti della Polonia. Nella stessa logica, il fatto che il capo del governo austriaco Kurz sia il leader dei democristiani della ÖVP impedisce anche la sola ipotesi di un ricorso all’articolo 7 nonostante la presenza nel governo di un partito esplicitamente xenofobo e razzista come la FPÖ.

Si tratta, come si diceva una volta, di contraddizioni in seno al popolo…dei popolari, ma anche i populisti rischiano di pagarne qualche prezzo. Orbán telefona a Salvini e si fa fotografare sorridente con la leader dei sovranisti Fratelli d’Italia, ma il giorno che si trovasse a scegliere tra Angela Merkel e Giorgia Meloni chissà che cosa farebbe.