Il mistero Maroni riapre la sfida per la Regione

Devono essere davvero molto importanti i “motivi personali” che hanno spinto Roberto Maroni a rinunciare alla corsa per la conferma alla guida della Regione Lombardia. Una vittoria che, dati alla mano, sembrava facile facile. Nessun cronista politico ha voluto insinuare dubbi o proporre domande più stringenti al momento dell’annuncio pubblico del bluesman di Varese, uno dei fondatori della Lega. Non è il caso di alimentare speculazioni e di diffondere le voci non sempre edificanti sulla fuga del leader leghista – anche Maroni è libero di fare la scelta che preferisce, ma in altri Paesi, in altri sistemi politici l’opinione pubblica avrebbe chiesto motivazioni più precise e trasparenti a un amministratore pubblico che abbandona il campo.

Il dato politico è che la rinuncia Maroni in prossimità della campagna elettorale per il voto congiunto, regionale e politico, del 4 marzo riapre i giochi, almeno teoricamente, sia per il governatore della Lombardia sia per la conquista dei collegi della più grande regione italiana. La posta in gioco è enorme. La Lombardia ha dieci milioni di abitanti, genera circa un quinto del Pil nazionale, è leader della manifattura, ha eccellenze nella ricerca in particolare in alcuni settori chiave come la farmaceutica, la sanità, i microprocessori, ospita il maggior numero di sedi di multinazionali e di banche, con la più grande concentrazione di donne manager di tutto il Paese.

La sinistra, il centro-sinistra non battono chiodo da quasi un quarto di secolo. Sono ben 23 anni, infatti, che la destra forzista e la Lega guidano la regione. Roberto Formigoni, travolto dagli scandali nel 2013, è durato più di Franz Joseph Strauss in Baviera, un modello per una storica dc lombarda, sconfiggendo nettamente uno dopo l’altro gli avversari Diego Masi, Mino Martinazzoli, Riccardo Sarfatti e Filippo Penati. Cinque anni fa, Maroni sconfisse il candidato del centro-sinistra Umberto Ambrosoli, nel frattempo passato al più comodo posto di presidente della Banca Popolare di Milano. La destra trionfò nonostante la caduta del governatore ciellino, le inchieste sulla sanità, e la novità della “stella” Renzi non ancora offuscata dal tragico esito del referendum costituzionale e dall’Etruria-gate. I progressisti sono riusciti a riconquistare Milano, prima con Giuliano Pisapia e poi con Giuseppe Sala, a proporre una formula credibile di governo e di sviluppo in una città che concentra, secondo la Banca d’Italia, la più significativa presenza di servizi ad elevata intensità di conoscenza e dove si giocano i rapporti sociali e di produzione in forma più avanzata. Ma è in provincia, nei territori delle piccole medie-imprese, nella fascia pedemontana degli artigiani, delle partite-Iva, dei padroncini che la Lega e la destra mantengono una base solida, concreta, di interessi e di radicamento sociale. A livello regionale il centro-sinistra non è mai riuscito ad avanzare un proposta vincente di governo e un leader credibile, di successo.

La rinuncia di Maroni e i conseguenti litigi tra Berlusconi e Salvini sulla scelta del nuovo candidato (il leghista Attilio Fontana non scalda i cuori e pare nemmeno i sondaggi, Maria Stella Gelmini non piace alla Lega) hanno dato fiato a Giorgio Gori, ex manager di Mediaset, sindaco di Bergamo, che guida lo schieramento del fronte Pd e che già aveva condiviso, non senza sorpresa tra gli elettori progressisti, il referendum sull’autonomia regionale proposto da Maroni. In condizioni normali il buon senso politico imporrebbe la definizione di un’alleanza comune in tutto lo schieramento del centro-sinistra per alimentare qualche concreta speranza di vittoria. Ma la strada è impervia. La formazione di Liberi e uguali, però, non rinuncia a correre da sola e a proporre un proprio candidato alla guida della Lombardia. Gli appelli a stare tutti insieme si susseguono, ma senza troppe speranze e il fallimento di Pisapia, che si era illuso di creare un fronte comune, aperto e largo di tutto il centro-sinistra, è ancora troppo fresco per pensare che si possa cambiare la situazione. Prevalgono l’incomprensione e la diffidenza, purtroppo, mentre l’orizzonte lombardo potrebbe davvero offrire uno storico successo al centro-sinistra. C’è ancora qualche giorno di tempo, si vedrà.