L’odissea dei Bad Hombres messicani
raccontata in musica al Jazz Festival

Alejandro Gonzàles Inárritu, famoso regista messicano autore di opere come Amoresperros, 21 grammi, Babel, nel suo spiazzante Birdman (l’imprevedibile virtù dell’ignoranza) pone Michael Keaton in posizione zen, di spalle, sospeso per aria nel suo angusto camerino di regista e attore teatrale a confronto con i lati nascosti del suo essere. Scena memorabile creata da un regista fra i più innovativi degli ultimi tempi, un vero visionario. Che in quelle sequenze iniziali, con la camera a spalla che segue il protagonista negli stretti corridoi del retro teatro fino al palcoscenico delle prove, voleva un commento sonoro adeguato alla particolarità della situazione, scarna, nuda, spiazzante. E sceglie il suono ruvido e preciso della batteria, il rullare dei tamburi, nudi e crudi anch’essi, del connazionale Antonio Sanchez, batterista un po’ più giovane di lui, che con la sua musica e le sue composizioni cerca da anni di portare avanti un suo coerente discorso (musicalmente cinematografico) sempre e comunque partendo dall’osservarzione del mondo e delle sue scabrose, imprevedibili vicende. E, raccontandolo, possibilmente di migliorarlo nei suoi aspetti oggi più inaccettabili. Inárritu e Sanchez sono due facce ( belle, scavate, sincere, vissute e con tante cose da dare e raccontare) della realtà di un grande paese che vive le sue contraddizioni ed i suoi drammi: come quello che ha portato e continua a portare masse di esseri umani in cerca di una vita migliore al confine tra Messico e Usa, dove l’improponibile The Donald ha deciso di erigere un invalicabile (?) muro per impedire di entrare nel suo paese a quelli che definisce Bad Hombres.

Lineare e sincero

Ed è proprio questo che Antonio Sanchez, in concerto al Roma Jazz Festival con il suo vibrante quintetto, ha voluto raccontare con la sua musica pulsante, trascinante ed evocativa, un crescendo di suoni con le punte di diamante nei suoi tamburi e nella bella voce balcanica della giovane Tana Alexa e con composizioni come la sunnomimata Bad Hombres, Migrations ed il recente Lines in the Sand, suo ultimo lavoro con una copertina raffigurante l’orribile muro di separazione che finisce nel mare ed una bambina in vestitino rosso che salta leggera nell’acqua davanti a quell’obbrobriosa opera della disumanità  contemporanea. E nulla poteva essere più lineare e sincero, per spiegare tutto ciò, delle sincere ed accorate parole di Sanchez a metà del suo concerto: arrivato negli Usa nel 1993 da Città del Messico per realizzare il suo sogno di essere un batterista jazz nel paese del jazz, Antonio è stato tenace, bravo e fortunato, riuscendo negli ultimi 25 anni a diventare un famoso musicista, a lavorare con alcuni fra i migliori del mondo (come Pat Metheny) ed a vedere concretizzati i suoi progetti da solista. E fra questi l’idea di raccontare in musica l’odissea ed il dramma di tanti suoi meno fortunati connazionali che negli tempi vagano, umiliati ed inascoltati, sulla linea del confine fra i paesi tentando di passare quella barriera materiale e razziale voluta da Donald Trump e dai poteri forti americani contro quelli che vengono definiti come esseri inferiori.

Un novembre di bella musica

“Se un giorno dovessimo trovarci nella necessità di abbandonare il nostro paese per questioni di fame, guerra, catastrofi, forse ci renderemmo conti di cosa significa questa esperienza. Con la mia musica cerco di raccontare questi drammi, ma anche di far sentire chi è molto meno fortunato di me che non è solo. Che c’è ancora chi queste cose cerca di cambiarle.”

Cominciato con le note mediterranee dei Radio Dervish e della loro famiglia italo-palestinese, dopo la significativa serata con Antonio Sanchez il Festival romano prosegue con grandi interpreti del jazz più aperto e combattivo che si possa pensare, dall’avanguardia storica di Archie Shepp al Sudafrica di Abdullah Ibrahim, dalle invenzioni musicali di Luigi Cinque alla Capo Verde di Carmen Souza, sarà un novembre di bella musica e di belle idee.