E ora lo Stato
si riprenda Telecom

A vent’anni di distanza dalla privatizzazione di Telecom Italia (oggi diventata Tim), stiamo assistendo all’ennesimo banchetto di privati senza scrupoli che cercano di arraffare gli ultimi bocconi dell’ex colosso italiano delle telecomunicazioni. Il processo di spoliazione di un’impresa pubblica di successo, ai vertici mondiali, quasi senza debiti e con profitti straordinari, com’era la vecchia Telecom, continua senza che ci sia un contrasto politico, un’azione decisa dell’esecutivo per impedire l’ennesimo sacrificio compiuto sull’altare pagano delle privatizzazioni.

Da oltre un mese le cronache riportano il confronto, apparentemente duro, tra il governo e le Autorità di controllo con Vincent Bolloré, padrone di Vivendi, finanziere francese dai modi assai bruschi entrato negli affari italiani grazie alla protezione di Antoine Bernheim, già vicepresidente di Mediobanca e presidente delle Assicurazioni Generali. Il bretone Bollorè è azionista di Tim col 24% e gli piacerebbe usare questa sua presenza nelle telecomunicazioni italiane per un matrimonio con Mediaset, di cui ha quasi il 30%. Se un impreditore italiano si fosse comportato in Francia come Bollorè ha fatto in casa nostra, sarebbe stato accompagnato alla frontiera di Ventimiglia e rispedito a calci in Italia. Noi, invece, prima gli abbiamo ritagliato il profilo del fenomeno, e poi, dopo un po’ di tempo, abbiamo maturato la convinzione che si può tollerare tutto in nome del mercato, ma almeno le leggi andrebbero rispettate. Sempre troppo tardi. Così la Consob ha stabilito che Vivendi ha il controllo “di fatto” di Tim, quindi il governo ha avviato l’iter per l’esercizio dei poteri speciali previsti per le aziende di interesse strategico per il Paese, ipotizzando inoltre il pagamento di una penale per la mancata notifica del ruolo preminente dei francesi nel capitale di Tim.  La posizione di maggioranza di Vivendi nel capitale della società italiana è nota almeno dal marzo del 2016, ma ci è voluto un anno e mezzo, il tentativo di scalata a Mediaset, il licenziamento di Flavio Cattaneo addolcito da una liquidazione plurimilionaria per il compagno di Sabrina Ferilli, lo scontro con Parigi sul caso Stx-Fincantieri (chiuso questa settimana con un accordo deludente per l’Italia) per muovere le autorità.E non è detto che accada qualcosa di significativo.

L’esercizio del goldenpower, che secondo una legge del 2012 impedisce che mani straniere possano assumere il controllo di aziende attive in settori strategici per l’Italia, potrebbe limitarsi alla garanzia su Telsy e soprattutto su Sparkle, il ramo di Tim che possiede un’immensa rete di cavi internazionale e nel Mediterraneo in particolare su cui transitano dati sensibili anche dei servizi segreti. Forse qualche cosa il governo potrà ottenere in questo campo, anche se Bollorè, quasi a sfidare Roma, ha nominato come amministratore delegato di Tim, Amos Genish, manager israeliano, già capitano d’artiglieria nell’esercito di Tel Aviv, esperto di servizi segreti, che ha fatto fortuna in Brasile.

Il premier Gentiloni e il ministro dello Sviluppo, Calenda, che non vede l’ora di usare il goldenpower, potrebbero mettere con le spalle al muro Bollorè e i suoi arroganti manager non solo sulle due partecipazioni ritenute di interesse per la sicurezza nazionale, ma anche imponendo la scissione della rete che sarà pur vecchia ma non può essere lasciata nelle mani di un giocatore di poker come Bollorè.

Di solito è il mercato che giudica il valore delle privatizzazioni. Vediamo allora i numeri. Dopo vent’anni la capitalizzazione di Tim è più che dimezzata da oltre 30 miliardi di euro del 1997 agli attuali 12 miliardi; i ricavi sono scesi da 22mila miliardi a 19mila; il numero dei dipendenti è calato da 125mila a circa 50mila. E’ sparita anche l’industria delle telecomunicazioni, sono svanite l’Italtel e la Sirti, tanto per fare due nomi.Si può dire che “la madre di tutte le privatizzazioni” è stata un fallimento? Certo. Possiamo stabilire che gli Agnelli, Roberto Colaninno e la cordata padana, Marco Tronchetti Provera e i Benetton, la spagnola Telefonica e le banche, tutti i soci che si sono succeduti in questi due decenni hanno sfruttato Telecom e sono scappati, qualcuno anche con il malloppo in tasca? Questa è la realtà.

Di fronte a una privatizzazione fallita, davanti allo scempio che il Bolloré di turno vuol fare di Tim c’è solo una soluzione: il governo dia mandato alla Cassa Depositi e Prestiti di comprare Tim. Impariamo qualcosa dall’arroganza dei francesi e dalla solidità dei tedeschi: le aziende strategiche del Paese non si toccano. Riportiamo la nostra Telecom nella sfera pubblica, riconsegnamole il ruolo di modernizzazione che aveva nel Paese. Questa sì che sarebbe una vera proposta di una nuova politica industriale, una questione su cui ci si potrebbe misurare, finalmente discutere e pure litigare anche nel timido, triste centrosinistra.