Lo sport e il Coni, storia di un potere
rimasto impermeabile alle vere riforme

La storia è questa: C’era una volta il Comitato olimpico italiano. Aveva una cassa ricca. Aveva un ruolo non solo contabile, vigilava, entrava nel merito delle scelte delle federazioni sportive e non soltanto in vista dei Giochi del quadriennio, l’Olimpiade. Insomma godeva di autorità, quattrini e persino autorevolezza, tutto impersonificato e sotto il comando di un sol uomo: Giulio Onesti. Un socialista in un mondo originato dalla filosofia dei Balilla e ben piazzato tra mura e obelisco e cippi di stampo e parole d’ordine mussoliniani. Prima commissario poi presidente praticamente a vita fondò un Coni ben diverso da quello che è oggi. Fu scalzato più che dall’età dall’avidità e da meschini complotti lievitati insieme alle fortune del Totocalcio e dei sogni legati al mitico “tredici”. La politica allora girava alla larga: bastava un biglietto in tribuna d’onore allo stadio, un viaggetto al seguito, magari un posto fisso per il nipote grullo. Bastavano gli allori dei campioni, i riti e le pompose retoriche elargiti ai vincitori per difendere quell’autonomia saldamente legata all’abbondanza che accompagnava la schedina dell’“1 x 2”.

Ma Onesti era, appunto, un uomo solo, ingombrante persino in quel nome evocante pulizia disciplina lealtà come base del successo. Ma le vacche grasse lo travolsero e le sue idee vennero ben presto archiviate insieme all’assalto alla diligenza venuto da dentro il Palazzo. Tra gli anni Settanta e Ottanta si doveva consumare una trasformazione radicale del regno dello sport: il sempre evocato dilettantismo divenne parola vuota, il “senza fini di lucro” una leggenda per gonzi, il doping una regola non scritta, i contributi a pioggia anche ai partiti che volendo sedersi al banchetto inventarono gli Enti di propaganda proprio per “dare una mano” al sistema sport che dilagava nel Paese.

Al governo di turno andava bene così. I risultati sul campo, l’eco delle medaglie, la comparsata in vetrina, diplomi e stellette dimostravano la vantata efficenza, la giustezza del metodo e poco importava se lo sport era un fenomeno più spontaneo che costruito, che nelle scuole le palestre eran fatiscenti, che la motricità della crescita era un costo aggiuntivo per le famiglie, che il futuro degli atleti spesso pagava un prezzo molto alto alla breve vita di una vittoria. Rimediavano a tutto e in sostanza non molto è cambiato, talenti d’eccezione, nicchie votate al risultato, donne e uomini col tocco della predestinazione muscolare e col genio dell’abilità tecnica. Non che alla politica andasse tutto a fagiolo. Specialmente la scuola non ci stava ad essere esclusa dalla partita dello sport ma nulla poté e può contro il tanto e insistente fracasso mediatico della voce dei campioni.

Gli intrallazzi nel calcio

Non sono stati perciò in pochi, dagli scranni della politica, ad alzare il tiro sul Coni e a annunciare grandi riforme strutturali. Un Carraro, ad esempio, mentre il Totocalcio agonizzava e svuotava le tasche del palazzo sportivo già vacillante sotto i colpi di qualche scandalo federale (l’atletica di Primo Nebiolo, il solito calcio che non si fa mancare nulla anche in fatto di intrallazzi, il diffondersi indulgente dei casi di doping), infarcì il Palazzo di dipendenti, lanciò idee balzane per i mondiali di calcio di Italia ’90, distribuì da ministro dei Beni culturali quattrini lungo tutta la penisola. Nulla però doveva fermare la macchina dello show agonistico e del suo carrozzone famelico il Coni dei controllati controllori, i presidenti delle tante federazioni che eleggono il capo che dovrà distribuire i soldi -finiti quelli del totocalcio quelli meno aleatori dello Stato- e fu un uomo venuto dal palazzo stesso, Mario Pescante, a gestire la transizione da Comitato olimpico a comitato d’affari, ad arginare le pressioni politiche, a ridimensionare il peso del Coni a tutto vantaggio dei suoi elettori che senza colpo ferire riuscirono a barricarsi nel loro mondo creando dei piccoli sultanati a prova d’assalto. E, nonostante gli sforzi dei tempi di Veltroni e Melandri per “rendere democratico” il sistema sport aprendo, tra l’altro le porte del palazzo agli atleti, poco cambiò e furono invece gli sportivi a far breccia nelle maglia del potere.

Ora ci prova Spadafora

Dopo Carraro, sindaco di Roma dopo esser stato ministro, onorevole di Forza Italia poi giubilato senza preavviso, fu la volta dello stesso Pescante e di Barelli, tutti al seguito di Berlusconi, uomo notoriamente amante del self service monetario e della privatizzazione dei profitti e che mise una pietra sopra ogni vero tentativo di novità. Ora ci riprova il pentastellato Spadafora: ha dato dei cacicchi ai presidenti federali, umiliato più volte l’attuale capo del Coni, Giovanni Malagò, ha smontato gli artifici di un Tremonti che aveva trasformato una parte del Coni in Spa, ha lanciato “sport e salute” e fatto capire che se è lo Stato a finanziare con oltre quattrocento milioni quel palazzo deve poter dire la sua sulla formazione della catena di comando.

Cose da far venire il mal di pancia a vari presidenti federali abituati a mandati vitalizi insieme ai loro sodali di cordata e a trasformare Malagò in un manager persino ribelle ai superiori tanto da invocare il sostegno di forze internazionali quali il Cio, l’organizzatore delle Olimpiadi, di cui tra l’altro è membro. Giochi aperti e guerre dichiarate perciò. In trincea il Coni e Spadafora in sortita ma con i cordoni della borsa ben stretti. La casta dello sport praticato e attivo è divisa ma sta a guardare abituata com’è a far da sola, ad accontentarsi degli spiccioli finali, ad assistere di malavoglia ad estenuanti lotte di potere.