L’Italietta
del fanientismo

Una recidiva si  aggira per l’Italia:  il fanientismo.

I sintomi si sono manifestati intorno a Cesare Battisti, condannato all’ergastolo per due omicidi di terrorismo e da trent’anni latitante.  Battisti è stato arrestato al confine con la Bolivia, in fuga dal Brasile di cui forse temeva il nuovo governo,  e nel sempiterno dibattito italiano, soprattutto a sinistra,  già si alzano le proteste: “Lasciatelo perdere, fa niente. Pensate piuttosto ai terroristi di destra, fuggitivi in mezzo mondo, mai cercati da nessuno”.

In un secondo, importante campo di applicazione del fanientismo sono maestri i grillini. E’ stata eletta una sindaca a Roma che non mantiene le roboanti promesse elettorali? “Datele il tempo che le serve, fa niente; che cosa sarà mai l’inesperienza, davanti ai ladrocini di Mafia capitale?”

Il fanientismo attecchisce però anche dove uno meno se lo aspetterebbe, cioè nei luoghi istituzionali in cui l’azione sarebbe un prius. Governo e Parlamento.  Il ddl Falanga sull’abusivismo, per esempio:  nella lista dei casi gravi,  l’abusivismo di necessità era stato messo alla fine. Perché?  “Fa niente, in fondo si tratta di povera gente che avrà pur diritto alla casa”.

C’era un atteggiamento un tempo, veniva chiamato benaltrismo: l’arte di distrarre i contendenti dal tema in discussione, rilanciando su obiettivi ben più grandi, su questioni sempre più gravi. Il risultato,  figlio di tattica o di insipienza politica,  è la palude. L’immobilità.

Il fanientismo è parente stretto, ed è radicato nel costume nazionale. Rispetto al benaltrismo si esercita su ciò che sta accadendo, non su ciò che bisognerebbe realizzare. Ha a che fare con l’idea che lo Stato sia un lusso che non possiamo permetterci.  Ci spinge a cambiare unilateralmente le regole della convivenza. L’applicazione di una  condanna diventa facoltativa, il dovere di governare quasi un optional.  Responsabilità, severità,  efficienza rimangono concetti astrusi e scomodi, da esorcizzare con il magico “ismo”.

E’ una recidiva, appunto. Il ritorno  di  una Italia vecchia, quel Paese infantile e noncurante che tanti danni – dal debito pubblico al dissesto ambientale – si è autoinflitto durante la Prima repubblica. Il suo comandamento è sempre lo stesso: se tutti sono irresponsabili, le colpe vanno  cercate altrove. Sperando che papà non se ne accorga.