L’Italia vista dalle scuole di italiano per stranieri. Appunti di una maestra di strada

Quando sono arrivata per la prima volta in una scuola popolare, quella dell’ex Snia sulla Prenestina, all’inizio mi ha sgomentato quella babele di lingue e provenienze. Africani, asiatici, slavi tutti insieme a imparare una lingua, l’italiano, non particolarmente facile.

Come si fa insegnare in una scuola plurilingue? Intanto ci vuole la motivazione. Era il tempo in cui Bossi comprava una laurea albanese per suo figlio e pretendeva l’esame di italiano dai migranti, un esame che suo figlio probabilmente non avrebbe saputo superare. La rabbia e l’indignazione, oltre al bisogno di contrapporsi all’ipocrisia dei nuovi potenti, mi hanno portato a pensare: e allora glielo insegno io l’italiano. Ho letto un volantino che annunciava l’apertura della scuola, e mi sono presentata alla scuola con notevole faccia tosta: sono qui, laureata in lettere e giornalista, ma non ho insegnato mai.

I doposcuola tra le baracche negli anni ’70

scuola di italiano
Scuola di italiano. Foto di Ella Baffoni

Mica era vero. Avevo completamente dimenticato il periodo delle supplenze durante l’università. E che negli anni ’70, come molti coetanei, avevo frequentato con gli scout e con la Croce rossa i borghetti – il Mandrione, la Torraccia, la Magliana – per fare doposcuola agli immigrati di allora, i calabresi e i campani, i pugliesi e i marchigiani che vivevano nelle baracche di Roma. Il permesso di soggiorno per i non romani era stato abolito da non molti anni.

Certo, insegnare a quei bambini scafati e discoli era tutt’altra cosa, dovevi conquistarli, sedurli, appassionarli. Qui invece avevi giovani, uomini o donne, che avevano bisogno di imparare: per l’esame propugnato da Bossi, certo, ma soprattutto per lavorare. E imparavano con impegno e serietà.

L’importante è imparare insieme

Questa è stata la prima lezione che mi hanno dato i maestri della scuola. Non è importante insegnare. E’ importante imparare, noi e loro. Sembra un dettaglio, una sfumatura, ed è invece questione di sostanza. Non è importante saper fare la consecutio, importante è esprimersi. Noi, con l’urgenza di dar loro uno diritto inalienabile, quello della parola. Loro, con l’urgenza di trovare un reddito, o un reddito meno infimo, e di sbrogliarsela nella vita comune. E poi, magari, trovare anche socialità e amicizie.
Per far questo bisogna accantonare saperi e luoghi comuni, imparare dal basso, mettere in discussione i meccanismi di controllo e dominazione. Mettersi in ascolto dell’altro, ampliare le possibilità di una conoscenza alternativa. Aprire uno spazio di possibile dibattito in cui incontrarsi come uomini e donne, senza gli impacci dei ruoli o delle differenze di potere.

E’ così che si impara, e in questi anni ho imparato tanto. Ad ascoltare, ad esempio. A notare i sintomi dello stress postraumatico, la malattia di chi migra, molto più comune di quanto si pensi. E poi il dolore di sentirsi a metà, non più del loro paese, non ancora del nostro, una condizione di transito che dura decenni. A superare le difficoltà degli anglofoni, che hanno imparato un alfabeto dalla pronuncia differente. A superare il muro dell’analfabetismo, spesso consolidato dalla vergogna e da un sentimento di inadeguatezza che produce guasti anche psicologici, o inutili depressioni.

La ricchezza delle lingue e delle culture

università delle lingue
Università delle Lingue

Ho imparato quanto ricche siano le culture che consideriamo più povere, quelle africane, ad esempio. Quante siano, e quanto diverse tra loro le lingue di origine, yorubà, mandingo, bambarà, wolof, peul, swahili, hausa… Quanto sia importante la questione linguistica in Asia, tanto che una nazione, il Bangla Desh, è nata proprio per rivendicare il bengalese, tanto che il loro giorno dell’indipendenza si chiama festa della Lingua. E’ una ricchezza avere a che fare con persone che portano culture così diverse: altro che invasione, altro che sostituzione etnica. Abbiamo la fortuna di avere il mondo che ci viene in casa, invece di viaggiare, e perdiamo l’occasione di guardarlo, e conoscerlo.

Per qualche anno abbiamo organizzato degli incontri pubblici, nella biblioteca comunale o anche ai giardinetti, che con qualche prosopopea abbiamo chiamato “Università delle lingue”. In ogni incontro al centro c’erano tre lingue di continenti diversi, declinate su un argomento comune. Le stagioni, le feste, la famiglia… così da mettere in parallelo le parole, certo, ma anche le differenze. Sicuramente abitudini diverse, un diverso scorrere del tempo, le radici di culture antiche e a noi ignote.

Ad insegnare, con una felice inversione di ruolo, gli studenti più “avanzati”: noi maestri eravamo tornati studenti.

(1 – segue)

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