L’Italia per la sanità spende il 30% in meno degli altri Paesi europei

La sanità italiana non ha un problema di sostenibilità quanto piuttosto di equità. Federico Spandonaro, professore di economia applicata all’università Tor Vergata di Roma e presidente di, Consorzio per la Ricerca Economica Applicata in Sanità, è chiaro: nonostante se ne parli spesso, quello della sostenibilità è un falso problema. In primo luogo perché l’Italia spende poco per la sanità, circa il 30% in meno di quello che spendono in media gli altri Paesi dell’Europa occidentale. Un divario che è aumentato negli ultimi anni portando l’Italia verso le quote di investimento dell’Europa orientale. Del resto, quando un Paese non cresce economicamente, la tendenza è quella di disinvestire sul welfare, esattamente come sta accadendo ai paesi dell’Europa orientale e all’Italia.

In secondo luogo perché negli ultimi anni abbiamo raggiunto un punto di sostanziale equilibrio finanziario: il disavanzo è ormai inferiore all’1% del finanziamento. Insomma, abbiamo “una macchina complessa ma governabile”, secondo l’ultimo rapporto CREA Sanità. Infine, perché la sostenibilità non è un problema in sé, ma dipende da quello che si vuole garantire ai cittadini: si modula l’assistenza in base alle risorse. Sapendo che tutto a tutti non si può dare. E forse, come vedremo, non è neanche giusto dare.

A fronte di questa bassa spesa sanitaria, noi italiani abbiamo una performance niente male. Dopo anni di tagli e traversie, secondo uno studio pubblicato a giugno scorso sulla rivista medica inglese The Lancet, siamo ancora al nono posto per accesso alle cure e qualità del servizio, subito sotto i paesi scandinavi, la Svizzera, l’Olanda e l’Australia. Quello che ci premia in particolare è l’elevata aspettativa di vita. L’Italia infatti ha un’aspettativa di vita alla nascita di 85,0 anni per le donne e 80,6 per gli uomini, insomma siamo uno dei Paesi più longevi al mondo; anche la speranza di vita residua a 65 anni (18,9 anni per gli uomini e 22,2 per le donne) è, per entrambi i generi, più elevata di un anno rispetto alla media europea.

Quanto questo risultato sia merito del nostro sistema sanitario e quanto invece del fatto che viviamo in un Paese con un buon clima e con una dieta salutare come quella mediterranea, non è dato sapere. Quello che sappiamo però è che se qui si vive di più che negli altri Paesi, non si vive però meglio. L’aspettativa di vita in buona salute in Germania, ad esempio è di ben tre anni superiore alla nostra, ricorda Spandonaro. Rispetto alla media della UE è decisamente peggiore anche la condizione degli over 75 con patologie di lunga durata o problemi di salute. Un primo problema è quindi relativo alla qualità della vita.

A confermarlo c’è il rapporto dell’osservatorio GIMBE, un’organizzazione no-profit che svolge attività di formazione e ricerca, che stila una classifica del servizio sanitario nazionale per diversi indicatori in relazione alla media europea. Ne emerge che su alcuni fronti siamo molto indietro, per citarne alcuni: l’attività fisica negli adulti e negli adolescenti (dove raggiungiamo il ventottesimo posto), il fumo tra gli adolescenti (trentesimo posto), le prescrizioni di antibiotici, il numero dei bambini vaccinati, il rapporto tra infermieri e medici nelle strutture, gli stipendi degli operatori sanitari.

L’altro grande problema della nostra sanità è quello che riguarda l’equità. Un tema che secondo Spandonaro si può declinare in due modi: una diseguaglianza tra il Nord e il Sud del Paese e una diseguaglianza tra chi paga le tasse e chi no. Nel primo caso sappiamo che la questione meridionale esiste ancora, benché non se ne parli più, ed esiste anche per la salute: al Sud la speranza di vita è più bassa che al Centro Nord. Ma probabilmente la sanità è solo la cartina da tornasole di una diseguaglianza che investe gli ambiti economici e sociali. Nel secondo caso, invece, la mancanza di equità si traduce nel fatto che il finanziamento dei servizi grava solo su una piccola parte della popolazione, ovvero quella che paga le tasse. L’“eccesso di solidarietà” così generato, a spese solo di chi è a posto col fisco, mina il sistema.

D’altra parte, come sostiene Fabrizio Rufo nel suo libro “Etica in laboratorio”(Donzelli editore) negli anni del neoliberismo la salute si è trasformata in un enorme mercato. Un mercato che, peraltro, ha ancora un alto potenziale di crescita di cui si sono accorti i privati. La privatizzazione della sanità, sostiene Spandonaro, in realtà c’è già: oltre il 25% della nostra spesa sanitaria è privata, una delle quote più alte in Europa e decisamente superiore rispetto alla media UE. Si tratta per lo più di spesa privata out of pocket, ovvero soldi che escono direttamente dalle tasche dei cittadini e non intermediati da polizze sanitarie. Questo genera un ulteriore problema di equità o meglio il rischio di una esclusione dalle cure di una grossa parte dei cittadini, ovvero tutti quelli che non posso permettersi di spendere quelle cifre. Eppure l’inclusione è alla base del concetto di universalità delle cure.

“C’è bisogno di governare questo fenomeno – dice Spandonaro – Ad esempio, quel 25% e oltre di spesa privata dove va a finire? Sappiamo che oggi ci vengono offerte polizze per poter accedere a improbabili pacchetti di analisi inutili. Ci vorrebbe invece una maggiore autorevolezza: un servizio sanitario davvero in grado di dire no al cittadino che richiede una prestazione che in realtà non serve, o al medico che prescrive farmaci in modo inappropriato”.

E qui veniamo a un altro tema scottante: la responsabilità del cittadino. L’idea che il servizio sanitario dia tutto a tutti non solo è irrealistica oggi che le opportunità terapeutiche sono infinite (e infatti nessuno stato la mette in pratica), ma è un’idea anche poco educativa: “C’è una deresponsabilizzazione delle persone che fumano due pacchetti di sigarette al giorno, non si muovono dalla poltrona e pensano che poi lo Stato debba pagar loro le cure. Siamo il paese più sedentario in Europa e non facciamo nulla per incentivare uno stile di vita più sano”.
Quello su cui c’è ancora molto da fare è il tema dell’appropriatezza: non vuol dire che fare di più voglia sempre dire fare meglio, e il movimento choosing wisely lo ripete ormai da tempo, ma forse ancora viene data poca risonanza ai suoi messaggi.