L’Italia
e i giovani migranti

Sono stati quasi cinquantamila – 48.600, per la precisione – i giovani di età compresa i 18 e i 34 anni che nel 2016 hanno lasciato l’Italia per andare a lavorare all’estero: il 23,3% in più rispetto al 2015. Questi dati sono stati considerati tra i più salienti del nuovo rapporto della Fondazione Migrantes della Conferenza Episcopale Italiana presentato martedì 17 ottobre a Roma.
Secondo il rapporto, i giovani costituiscono il 39% degli italiani che lo scorso anno emigrati per motivi di lavoro. Molti di questi ragazzi sono laureati e vanno via perché all’estero trovano quelle opportunità di lavoro negate nel nostro paese. A loro vanno aggiunto il numero crescente di giovani italiani che vanno a studiare all’estero, non solo per prendere un dottorato di ricerca (cosa buona e giusta), ma spesso anche per laurearsi in paesi in cui poi l’occupazione è quasi certa.


A proposito di questi ultimi, non è un male in sé che i giovani italiani superino i confini nazionali per “andar a sciacquar i loro panni” sul Tamigi, sul Reno o sul Potomac. Ne guadagna la loro cultura (le contaminazioni culturali ne favoriscono l’aumento) e, dunque, ne guadagnerebbe anche l’Italia se le “migrazioni” per motivi di studio non diventassero per la gran parte permanenti e se, soprattutto, un analogo numero di giovani “migrassero” in Italia per venire a frequentare le nostre università e i nostri laboratori.
Purtroppo è proprio quanto non avviene, come documenta l’International Migration Outlook 2017, appena pubblicato dall’Organisation for Economic Co-operation and Development (OECD), pochi mesi fa. Ebbene, mentre sempre più giovani italiani vanno all’estero a studiare, sempre meno stranieri vengono per il medesimo motivo. Nell’anno 2014 i ragazzi di altri paesi venuti in Italia per apprendere sono stati 88.000, il 6% in meno rispetto all’anno precedente.
Troppo pochi.
Non è (solo) un giudizio qualitativo. Ancora una volta, sono i numeri forniti dall’OECD a parlar chiaro. In quel medesimo 2014 i ragazzi stranieri che studiavano in uno dei 40 stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo erano 3.067.000. Gli stranieri che studiavano nell’Unione Europea erano invece 1.431.000. Facile far di conto: tra i “migranti per ragioni di studio” giunti in un paese OECD solo il 2,9% ha scelto l’Italia. E tra quelli giunti nell’Unione Europea solo il 6,1% è sbarcato nel nostro paese.
Questo significa che l’Italia ha una scarsa capacità di attrazione culturale.
Il confronto con gli altri paesi è impietoso. A fronte dei nostri 88.000 giovani ospiti, gli Stati Uniti hanno accolto (molto, moto volentieri, non fosse altro perché ancora non c’era Trump) 840.000 studenti stranieri; il Regno Unito, 430.000; l’Australia, 260.000; la Francia, 235.000; la Germania, 211.000; il Canada, 135.000. Persino il Giappone, storicamente un paese non propriamente aperto, ne accoglieva 133.00.


Di più. In tutti questi paesi la tendenza dell’immigrazione studentesca è in notevole in crescita. Fanno eccezione il Giappone e, appunto, l’Italia. Per estremo paradosso, i due paesi in cui il processo di invecchiamento della popolazione è maggiore e di giovani c’è bisogno come il pane.
D’altra parte un rapporto elaborato da un gruppo di ricerca che faceva capo all’economista, attuale presidente dell’INPS, Tito Boeri, dimostrava che in tutto il mondo è in atto una guerra per il “brain drain”, per attirare cervelli. Solo in quattro paesi c’erano politiche attive contro l’immigrazione di giovani qualificati. E in un quinto, l’Italia appunto, c’era una politica di fatto respingente.
La crescita dei “migranti per motivi di studio” conferma che è più che mai in atto un processo di “globalizzazione della conoscenza” che si manifesta, non solo con la migrazione delle idee, ma anche con la migrazione temporanea – che spesso si trasforma in definitiva – dei giovani che ne costituiscono il futuro.
Il fatto che l’Italia partecipi in maniera attiva a questo processo coi propri giovani, ma respinga quelli di altri paesi dimostra che il nostro paese – per cause burocratiche figlie anche di una cultura localistica che si è affermata negli ultimi lustri – non solo non è accogliente con i migranti – neppure coi migranti più qualificati, ovvero coi giovani che saranno la classe dirigente culturale, economica e politica del prossimo futuro – ma non ha capito che viviamo nella società e nell’economia della conoscenza.
Non ha capito che viviamo, ormai, nel villaggio globale. Dove spostarsi in libertà non è solo una necessità, ma anche un valore.