L’Italia affoga ma c’è
chi pensa a condonare
e a raccattare voti

La “tragedia ambientale” che sta vivendo l’Italia non è un fatto improvviso e imprevisto. Non è solo l’effetto dell’incattivimento del clima. E’ anche il risultato di una storia nazionale nel corso della quale il disinteresse, l’abbandono e l’indulgenza (e a volte una vera e propria complicità) per le violazioni edilizie hanno lasciato ferite profonde. Basti dire che in poco meno di settant’anni gli effetti devastanti del dissesto idrogeologico e dei terremoti hanno provocato danni per 242 miliardi di euro. Circa 3,5 miliardi all’anno. E basti ricordare che gran parte del territorio italiano è in pericolo: l’89% dei Comuni presenta situazioni di alta criticità per frane e alluvioni, circa il 44% della superficie nazionale è ad elevato rischio sismico. Sono dati impressionati. Che non provengono dagli “ambientalisti da salotto” sui quali il ministro Matteo Salvini – tra una foto e l’altra in cui si mostra sorridente sullo sfondo del disastro ambientale – ha scaricato la responsabilità delle sciagure che stanno squassando il Paese, ma dall’Associazione nazionale dei costruttori.

 

Di fronte alle storie drammatiche di questa Italia – ai morti di Casteldaccia e a quelli delle scorse settimane, ai boschi travolti e ai paesi invasi dall’acqua, alle frane che hanno sventrato il Veneto e ai centri isolati, fino a ritornare al crollo del ponte Morandi e ai tanti viadotti pericolanti – questi sono dati allarmanti: 242 miliardi di danni, mentre ne servirebbero solo 40, secondo Legambiente, per garantire la sicurezza ambientale del Paese. Questo dovrebbe far riflettere chi governa ma anche chi ha governato. Riflettere per agire, riflettere per trovare le soluzioni giuste. Riflettere per salvare un Paese che sta rovinosamente precipitando nell’incuria e nell’indifferenza delle istituzioni che dovrebbero tutelare i cittadini. Non si può più ripetere a ogni disastro la vecchia e ormai insopportabile litania: “dobbiamo intervenire”, “ora serve un piano straordinario” e via elencando, in modo sempre più retorico, i capitoli della grande lista delle buone intenzioni. Abbiamo ormai raggiunto un livello di guardia che non ammette deroghe. Che non consente rinvii. Che non sopporta più l’abuso delle parole inutili.

E’ evidente che il problema del clima e del disastro ambientale non è tutto risolvibile in chiave nazionale. C’è infatti un aspetto sovranazionale che è determinante. Circa tre anni fa la Conferenza sul clima di Parigi sembrò offrire qualche speranza in più. Si parlò di scelte globali concrete con l’obiettivo di bloccare l’aumento delle temperature (al di sotto di 1,5 gradi) e gli altri fenomeni legati al “climate change”: l’incremento vertiginoso e l’inasprimento degli eventi meteorologici estremi, in particolare alluvioni e siccità, lo scioglimento dei ghiacciai, l’innalzamento del livello dei mari e l’estendersi delle zone desertiche. Per evitare tutto ciò, o quanto meno per contrastarlo, sarebbero necessari modelli di sviluppo diversi e scelte energetiche alternative, per esempio riducendo l’uso dei combustibili fossili. Su questa strada alcuni passi avanti sono stati fatti, ma è evidente a tutti che quei passi sono troppo lenti rispetto a un cambiamento climatico che corre velocemente e incombe su di noi e sulle nostre fragilità. Servirebbe uno scatto: per esempio quello indicato dal recente premio Nobel per l’economia William Nordhaus che – come ricorda Roberto Della Seta in questo articolo (vedi QUI) propone di tassare le emissioni di anidride carbonica che sono le principali responsabili dei mutamenti climatici. Ma come si sa su tutto questo pesa come un macigno la linea di Donald Trump che tra un dietrofront e l’altro sta mettendo in discussione non solo l’accordo di Parigi ma anche le scelte compiute dall’amministrazione Obama.

Quindi, certo che c’è un aspetto che va oltre i nostri confini. Ma ci sono innumerevoli aspetti che invece sono dentro i nostri confini. Che ci riguardano direttamente. Perché, diciamo la verità, l’ambiente non è mai stato a cuore a nessuno. E soprattutto non sta a cuore a nessuno impegnarsi in scelte che produrranno i loro effetti in tempi non rapidissimi. Rimettere in sesto i viadotti, contrastare il disboscamento, rafforzare gli argini dei fiumi, ripristinare i canali di scolo, mettere in sicurezza il sistema di drenaggio o di canalizzazione delle acque piovane nelle città e nelle campagne, contrastare l’abusivismo edilizio che si concentra spesso nelle zone più a rischio, ridurre il consumo di suolo, combattere i fenomeni franosi, incentivare l’adozione di misure antisismiche per le vecchie costruzioni e infine proteggere gli edifici scolastici, sono tutte operazioni che richiedono molti investimenti e soprattutto comportano tempi lunghi di attuazione.

 

Sicuramente non i “tempi elettorali” che sono, oggi, ciò che interessa maggiormente la nostra classe politica. In una specie di eterno “presentismo” ogni leader pensa alle cose da fare quasi esclusivamente in funzione della prossima campagna elettorale (quella nella quale è sicuro di esserci, perché poi chissà) e non ha più una visione del futuro. Si sta nell’oggi e non si pensa al domani. Per cui si offre agli italiani il reddito di cittadinanza o qualche altro bonus di cui è ricca la storia politica recente sperando che portino qualche voto in vista delle elezioni, piuttosto che impegnarsi su un piano straordinario di messa in sicurezza del territorio e degli edifici che potrà produrre i suoi effetti solo tra qualche anno e che poi, in fondo, non fa così tanta scena e non colpisce l’immaginario collettivo. E’ un atteggiamento politico, questo, abbastanza diffuso, sia a destra sia a sinistra. Ed è oggi il principale problema della classe dirigente del nostro Paese.

Quei poveri cristi travolti in casa dall’acqua del fiume in Sicilia o quella povera mamma morta affogata insieme ai suoi due figli piccoli appena un mese fa in Calabria, forse meritano qualcosa di più di inutili e vuote parole. Come quelle pronunciate dal vicepremier Matteo Salvini che, come abbiamo ricordato, spara a zero contro l’”ambientalismo da salotto” per il quale, sostiene, “non si tocca l’alberello e non si draga il torrentello e poi l’alberello e il torrentello ti presentano il conto”. Dimenticando, e tentando di far dimenticare agli italiani, che con il suo determinante contributo è stato appena approvato un condono edilizio che riguarda Ischia, inserito inopinatamente in un decreto sul crollo del viadotto di Genova. E lui è lo stesso Salvini che militava in un partito che, ai tempi dei governi Berlusconi,  approvò senza fiatare altri e ben più pesanti condoni, sia nel 1994 che nel 2003. Erano i tempi del “padroni a casa nostra” e l’invito agli italiani era a fare quel che si voleva anche in campo edilizio. Non possiamo non ricordare che proprio la villetta di Casteldaccia travolta dall’acqua era abusiva. E non possiamo non ricordare che durante la campagna elettorale per le regionali siciliane del 2017 il Movimento 5 Stelle (oggi alleato di governo della Lega) fece una battaglia in difesa dell'”abusivismo di necessità”. E quindi certe amnesie salviniane sono inammissibili: in questi casi il tentativo di “rifarsi nuovo”, com’è abitudine del nostro onnipresente ministro dell’Interno, risulta abbastanza miserevole.

L’idea di un piano strategico per la messa in sicurezza dell’Italia (dal territorio alle case alle scuole) dovrebbe essere la bandiera per un rilancio di una sinistra di governo e della sua missione strategica di cambiamento. Per un progetto così certo che varrebbe la pena spezzare i vincoli europei nel rapporto tra il deficit e il Pil a favore di una battaglia di modernità e di sicurezza del nostro Paese: provate a immaginare quante centinaia di migliaia di posti di lavoro si potrebbero creare con un piano di investimenti di questo tipo. Posti veri, reali, produttivi. Utili a se stessi e al Paese.

L’Italia sta crollando e non c’è più tempo da perdere. Quella ambientale è la vera grande emergenza del nostro Paese. Se non vogliamo che le nostre città affondino nel fango e i nostri paesi vengano travolti dalle frane e dalle alluvioni, se non vogliamo continuare ad assistere impotenti a una tragedia dopo l’altra, dobbiamo muoverci subito. Bisogna fare presto. Bisogna avere finalmente il coraggio di sconfiggere la sindrome elettoralistica che spinge i partiti di governo (ma anche quelli di opposizione) ad avere pensieri brevi. E invece bisogna avere pensieri lunghi. Soprattutto bisognerebbe avere pensieri fissi sul bene comune. Questa sarebbe la vera rivoluzione da fare.