Liste trasformiste da italiani veri

Alla vigilia di una seconda belle époque, col suo corteggio di potenze che si riarmano, di ritorni in forza dei nazionalismi, di immensi ma ciechi sviluppi scientifici e tecnici, in presenza di un neodarwinismo sociale allo stato più grezzo e violento, di un neoliberismo senza maschera, non possiamo non chiederci “come finirà”, “che fare?”. Si ha talvolta la sensazione che la cultura abbia già abdicato e lasciato le risposte alla propaganda. Ci auguriamo che la nostra inquietudine sia ingiustificata. Ma l’ottimismo di maniera ci sembra non meno deprecabile del catastrofismo.

Che sia caduta l’“ideologia” di un progetto di futuro rifinito anche nei dettagli, vuol forse dire che possiamo fare a meno di una permanente tensione progettuale? Che teoria e storia abbiano tolto il supporto di certezze oggettive alle nostre credenze e previsioni, ci esonera (o ci esclude) dalla responsabilità di credere e di prevedere? A chi o a quale entità inanimata sacrificheremo la scelta di un comportamento etico e “profetico” che solum è nostro? Non sarebbe certo il caso di porsi tali elementari domande se non vedessimo crescere intorno a noi l’accettazione naturalistica di ciò che è, così com’è, con una rinuncia all’autogoverno di tale portata, da far pensare alle misteriose leggi ecologiche che determinano certe specie animali al suicidio collettivo.

Il vaso di Pandora oggi contiene un utilitarismo forsennato (in campo internazionale il “tornaconto del proprio paese”, come lo definisce Kissinger), il ritorno massiccio del “bellum omnium contra omnes”, la giustificazione di ogni aberrazione col contrapporvi prontamente una aberrazione di segno contrario, la degradazione crescente della parola a strumento pratico e della comunicazione a merce. Questo è il bagaglio con cui affrontiamo il viaggio breve verso il millennio. E pensare che avremmo tutto da rifare, da ripensare, da capire in vista di novità che saranno (nel bene o nel male) sconvolgenti; e dire che la grandiosità del compito aprirebbe orizzonti illimitati al felice esercizio dell’intelligenza. Ma torniamo alla povertà malata della nostra condizione reale.

La cultura italiana sembra essere particolarmente distaccata (fatte le eccezioni d’uso) da quest’ordine di riflessioni. Importiamo dall’estero anche i grandi temi. La letteratura tocca nuovi vertici di assenza e di fatuità (anche qui, con qualche eccezione).

Mentre scrivo queste righe, trovo queste dichiarazioni di un ministro influente: “Io giro molto l’Italia e la trovo piena di vitalità, di fantasia, di risorse, di un anarchismo regolato, che però significa forza di andare avanti, creatività, capacità di adattamento. Sì, il nostro è il paese del trasformismo culturale. Ma da un vizio è nato un vantaggio: noi Italiani sappiamo arrangiarci”.

L’”anarchismo regolato”, il “trasformismo culturale”: mirabile capacità ministeriale di sintesi! Non si potrebbe definire meglio la saggezza antica e canaille che costituisce il “contributo” di tanta politica e di tanta cultura alle sorti comuni.

(Giulio Bollati, “L’italiano. Il carattere nazionale come storia e come invenzione”, 1983)