Vincere ad ogni costo, anche a quello
del trasformismo

Lo chiamano civismo, ma è solo trasformismo. Dentro le liste civiche, apparentemente apartitiche, nate con l’intento di promuovere quella società civile che non si riconosce nelle sigle tradizionali, si nascondono spesso i traslocatori della politica. Sono quegli uomini di potere, portatori di grosse sacche di voti, che sostengono una volta un candidato di destra, poi uno di sinistra, poi uno di centro, a seconda delle circostanze. Nei sistemi bloccati, quelli dove il voto d’opinione è ridotto al minimo sindacale, questi rais sono essenziali per vincere le elezioni. Sia nei comuni, che a livello regionale. E non è un caso che, nella maggioranza dei comuni di medie dimensioni, le coalizioni vincenti siano per lo più espressione di liste civiche, non di rado ricche di professionisti della politica locale.

Primum vincere. E poi?

“Primum vincere”, si direbbe. Il fatto è che questo slogan è sempre appartenuto a una certa destra, specie quella di matrice berlusconiana, che ha raccolto dentro di sé volti noti del vecchio sistema partitocratico, Psi e parte della Dc in particolare, riciclando a tutti i livelli pezzi di notabilato utili per sconfiggere il centro-sinistra alle elezioni. Purtroppo, però, questo stesso atteggiamento si registra da un po’ di tempo a questa parte anche a sinistra, soprattutto nel contesto del Partito democratico, che non sembra avere particolari problemi ad allearsi con potenti esponenti della destra locale, se questo può servire a raggiungere la maggioranza dei consensi.

Così, approfittando del vuoto di pensiero politico, si stabiliscono legami che permettono a Vincenzo De Luca di stravincere in Campania, precisando egli stesso che non si tratta di una vittoria né della destra, né della sinistra. E’ una vittoria e basta. E allora, accanto alle liste del Pd, di cui il Presidente è autorevole esponente, troviamo candidati come Giuseppe Sommese, 26 anni, figlio di Pasquale, già assessore nella giunta di destra guidata da Caldoro, eletto in una lista (civica) che totalizza 85.000 preferenze. C’è Raffaele Pisacane, figlio di Michele, deputato protagonista del salvataggio politico di Berlusconi nel 2010; oppure Fernando Farroni, già vicesindaco di Portici, già candidato nel 2015 con Caldoro, oggi in quota Italia Viva. Potremmo continuare a citarne tanti, oppure fare lo stesso ragionamento in Puglia dove, a sostegno di Michele Emiliano, vengono elette personalità con esperienze nella destra locale. Alessandro Delli Noci, per esempio, vice sindaco di Lecce con un passato in Fli di Gianfranco Fini, ottiene 17.097 preferenze nella lista civica “Con Emiliano”, gruppo che supera il 6% dei consensi totali.

Un sistema che suona strano già in partenza, basti guardare al numero delle liste a sostegno del candidato presidente. Sia Michele Emiliano in Puglia, che Vincenzo De Luca in Campania, presentano circa 15 liste a loro supporto, un vecchio metodo per radunare di tutto e di più, chi più ne ha più ne metta, e poi dritti verso la vittoria. Dalle mie parti, nella provincia di Messina, si chiama “metodo Nania”, in onore del senatore di Alleanza Nazionale, parlamentare fino al 2013.

Il trasformismo eretto a sistema

C’è un enorme problema che riguarda la classe dirigente del Sud, dove il nodo storico del trasformismo si erge a sistema e i voti passano da uno schieramento all’altro sulla base delle convenienze. Oggi, il principale oggetto di questa problematica è il Partito democratico, che non riesce ad aggredire il tema promuovendo la sostituzione del vecchio notabilato con nuovi dirigenti estranei a certe logiche.

In Sicilia non va affatto meglio. Francantonio Genovese, già deputato Pd con 19.000 preferenze alle parlamentarie del 2012 (Rosy Bindi, Presidente Pd, ne otteneva poco più di 7000), nel 2017 candida il figlio 21enne all’Ars, stavolta in quota centro-destra, e ottiene comunque 17.000 consensi. Voti personali che vanno oltre il dibattito politico, che testimoniano qualcosa di più radicato. Come viene selezionata la classe politica nel centro-sinistra meridionale? Nel 2014, due anni dopo il voto regionale del 2012 che elegge Rosario Crocetta (Pd) Presidente, all’Assemblea regionale siciliana 43 consiglieri su 90 avevano già cambiato casacca.

Una questione che interroga il Pd

La critica a questi passaggi così repentini, evidentemente frutto di calcoli specifici, si può riassumere come “moralismo”? Io non credo. E’ vero che la vittoria di regioni chiave come la Puglia e la Campania rappresentano un argine al pericoloso avanzare delle destre in Italia (punto politico di fondo), ma è stata ottenuta con un metodo che non appartiene né alla storia, né alla cultura della sinistra italiana. Emiliano ha vinto da solo, bisogna dargliene atto. Ma questo non vuol dire che la segreteria nazionale del Pd non debba prendere il toro per le corna, fare tesoro della vittoria e usare il suo successo per imporre una nuova direzione al confronto politico locale. Non è solo una battaglia di civiltà, non è solo una questione etica che può ridare coerenza, quindi credibilità, all’agire politico. E’ anche una questione di sostanza, perché le amministrazioni troppo eterogenee non hanno una visione comune sullo sviluppo del territorio e rischiano di frenare i processi di modernizzazione di cui il Sud ha fortemente bisogno.

Ci sono tesi di laurea, in Italia, nelle quali si studia il frequente trasferimento di classi dirigenti da uno schieramento a un altro. Ne ho letta una che si chiedeva se il Pd calabrese fosse più un caso di trasformazione genetica o di puro trasformismo. In entrambe le situazioni, comunque la si chiami, non è più sinistra. Il prezzo della vittoria non può essere stabilito dal miglior offerente, altrimenti la democrazia si trasforma in un sistema feudale. E la sinistra, in onore del proprio passato, in nome dei tanti militanti ed elettori che credono fortemente in un futuro diverso, ha il compito di dare battaglia.