Liquidare la Forestale
è stato un errore
che oggi paghiamo caro

“Un bosco non è solo l’insieme degli alberi che lo compongono, e neppure la somma di flora e fauna. Un bosco è il risultato di azioni e reazioni, alleanze e competizioni, crescita e crolli. Un mondo mobile, che sebbene continuiamo a sforzarci di studiare e catalogare, limitare e controllare, resterà sempre un selvaggio, vibrante spazio di meraviglia”.
Sono le parole di un ex forestale, Daniele Zovi, un generale che anziché seguire la carriera militare sceglie i boschi ed entra nel corpo forestale dello Stato, perché “sono generale ma guai a militarizzare la mentalità dei forestali, che devono rimanere liberi, responsabili solo verso la Natura da proteggere e salvare”. Nel suo libro “Alberi sapienti, antiche foreste” racconta dello spirito dei boschi, di come nei boschi “c’è sia la filosofia che la storia, c’è tutto e di più”. Di come “se si sta dentro un bosco in posizione di ascolto, prima o poi si avverte, si intuisce la presenza di un flusso di energia che circola tra i rami, le foglie, le radici. Talvolta è un sussurro, altre volte strepiti e grida. È come se le piante parlassero tra loro”.
Sta per andare in pensione Daniele Zovi, quando la riforma Madia sopprime il Corpo Forestale dello Stato. Si compone un altro tassello del processo di sfiancamento e di depotenziamento del sistema naturale che intralcia le avidità umane e deve essere contenuto  o trasformato in merce. Da un giorno all’altro non ci sono più le guardie forestali a presidiare il territorio boschivo e forestale, a controllare gli alvei dei fiumi, a ispezionare i territori agricoli.  Un segnale inquietante di una assoluta inconsapevolezza sull’importanza del patrimonio naturale ma anche delle conseguenze del riscaldamento globale, ingovernabili e distruttive senza dei piani di controllo e di messa in sicurezza delle aree a rischio.
Una “rivoluzione” positiva dicevano allora i nostri governanti. Infatti rivoluzione è stata. Figure professionali operative dequalificate, presidi sul territorio smantellati, complicazioni burocratiche e regioni depotenziate. Senza contare le migliaia di ricorsi pendenti nei Tar. Un capolavoro che è avvenuto in un Paese in cui un terzo del territorio è formato da boschi, la maggior parte dei torrenti sono ancora protetti da un sistema di opere idraulico-forestali, dove abbiamo una diversità biologica fra le più importanti, una rete di aree protette fra le più vaste e dove soprattutto grazie al Corpo Forestale sono stati individuati e smantellati importanti circuiti criminali che avevano creato un sistema illegale di smaltimento dei rifiuti tossici.
Un Paese che anziché attrezzarsi nel modo migliore per fronteggiare le conseguenze del riscaldamento globale e concentrate le proprie forze sul controllo del territorio decide scientemente di privarsi dei controllori, di un Corpo tecnico pluridisciplinare in grado di decifrare gli ecosistemi territoriali in funzione delle mutevoli condizioni climatiche e di valutarne la resilienza nel tempo.  Un vulnus micidiale per la difesa del territorio.
Perché ritorno su decisioni ormai irreversibili? Perché i partiti che allora protestarono di più contro la soppressione del Corpo Forestale oggi sono al Governo e potrebbero ricostituire la mission del Corpo e riconsegnargli le chiavi del nostro patrimonio naturale. Sono di questi giorni le dichiarazioni della Ministra Bongiorno e del titolare dell’Agricoltura Centinaio sul “fallimento” della riforma Madia e della scelta di sopprimere i forestali. Ebbene. Il Movimento 5 Stelle, la Lega, quelli che oggi governano, diano il segnale di non aver parlato a vanvera e agiscano.