L’inganno della Lega
e sinistra senza parole

Ricordo la sorpresa e lo scetticismo che mi colsero quando vidi per la prima volta, affissi ai platani della circonvallazione a Milano, i manifesti che urlavano “Roma ladrona”. Nasceva la Lega di Umberto Bossi. Che incalzava: “Padroni a casa nostra”.

Mi sembra che, archiviati i manifesti, cancellata la secessione, cambiate le vesti, ora connotate di fedeltà costituzionale, accantonati i comizi in provincia e adottati i toni propri delle conferenze stampa (ora i leghisti sono al potere), si stia tornando a quei tempi, mi sembra che il voto di ieri, in misura diversa e con qualità diversa, abbia rappresentato lo stesso sentimento: “Roma ladrona”. “Roma” intesa come centro di ogni nequizia, caposaldo della corruzione, potere dei partiti (partitocrazia), come arrogante burocrazia, come fisco affamato, come mortificazione della buona volontà, del dinamismo, del sacrificio locali, secondo ormai una opinione diffusa, per quanto alimentata proprio da due partiti che a Roma prosperano, la Lega e i Cinquestelle…

Non è un caso che il più raggiante tra gli intervistati l’altra sera da Mentana fosse un esponente vicentino dei Cinquestelle, che naturalmente avocava al proprio movimento, che aspira al governo centrale, la più rivoluzionaria strategia contro “Roma ladrona”, contro i partiti romani, esaltando l’ansia autonomista e le virtù imprenditoriali dei suoi compaesani. Trascurava però di ricordare quanto di quelle fortune fossero da attribuirsi alla massiccia evasione fiscale, e, mentre compiangeva i suoi compatrioti per le disgrazie bancarie che li avevano colpiti, denunciava la mancata vigilanza del “centro”, cioè della centralissima Banca d’Italia, senza sprecare una sillaba su uno di “loro” al cento per cento, Gianni Zonin, inequivocabilmente veneto (di Gambellara), a capo per un ventennio della Popolare di Vicenza.

Lombardia e Veneto non sono la stessa cosa. Lo sostengo da un punto di vista sociologico, antropologico, culturale e politico (bisognerebbe rileggersi Altan padre). Non solo per quei numeri, cinquantotto e trentotto, numeri che comunque dicono qualcosa: due milioni e trecentomila votanti in Veneto, quanti alle urne nelle ultime regionali (quando venne promosso Zaia), un elettorato trasversale, molto più trasversale di quello lombardo. Ieri il presidente veneto, in vena catalana, si è lasciato andare: muro di Berlino abbattuto, punto di svolta. Non ha rinunciato alla citazione storica: “I veneti hanno risposto all’appello. Vince la voglia di dire che siamo padroni a casa nostra”. Come chiudere un cerchio, tornando alle origini, a Bossi, rispolverare l’ambizione di fare da sé perché non ci si fida degli altri, di un governo evanescente, di partiti litigiosi le cui strategie sono incomprensibili, di un Parlamento semivuoto (senza chiedere peraltro conto ai parlamentari lombardi e veneti, che non sono pochi).

Tutto questo per l’autonomia, che già esiste in parte, che potrebbe arricchirsi di nuove competenze, ma solo attraverso una trattativa con il governo (come ha già provveduto senza referendum la Regione Emilia Romagna). Non uno che si sia chiesto a che cosa sia servita finora l’autonomia di cui già godono le regioni. Nessuno che abbia messo in conto le malefatte di Formigoni, con tanto di condanna, le accuse nei confronti di assessori vari, o una sanità consegnata prima a Comunione e Liberazione e poi alla Lega, che a turno non si sono lasciate sfuggire la presidenza di un’Asl o un posto di primario in qualsiasi ospedale locale, o hanno gloriosamente sottoscritto i programmi di privatizzazione dell’assistenza… Nessuno che abbia fatto il conto delle buche in strada o del buco di bilancio dell’autostrada voluta da Maroni. Mi permetto di raccontare la mia storiella: nella necessità di un esame cardiologico, mi sono sentito proporre dal servizio pubblico una attesa di 292 giorni, da una clinica privata (pagando subito quindi) di tre giorni.  Nessuno che si sia interrogato sulla produttività di assessori, consiglieri, funzionari, portaborse…

Eppure si sarebbe dovuto riflettere sull’azione amministrativa delle Regioni, sul costo di questo presunto decentramento, sull’efficacia dell’azione regionale. Ma sembra che il passato con tanto di Formigoni e di Galan (diamo ai veneti quello che è dei veneti) non valga. Andiamo avanti, a caccia di competenze (tutte elencate nella carta costituzionale, che pochi tra i votanti avranno letto). La sensazione è che più di qualsiasi argomento abbia illuso (sottolineo illuso) i cinque milioni di lombardi e veneti che si sono presentati ai seggi il tintinnio dei soldi. Maroni e Zaia hanno fatto intendere che con il “sì” loro avrebbero potuto allungare le mani su una parte almeno del famoso residuo fiscale, un bottino che vale una ventina di miliardi per la Lombardia, circa la metà per il Veneto. Non è così ovviamente. Dipende dalle attribuzioni: se lo Stato ti dà la scuola, ti torneranno i quattrini per la scuola. Si chiama partita di giro. Ma tanto vale lasciar credere che funzioni tutto in automatico, come con le macchinette: indovini la tris, giù monete a cascata.

Lasciamo stare l’inganno. Colpiscono la poca conoscenza delle regole e la mediocrità dell’argomento. Ma qui siamo e qui ci staremo per molto. Le cause sono lontane e profonde, legate ad una mutazione radicale. Bisognerebbe interrogarsi su che cosa sia il capitalismo oggi, sul trionfo del consumismo, sulla caduta delle ideologie e… degli ideali. Stiamo al presente: una politica senza orizzonti in perenne conflitto di interessi, dove persino una legge elettorale suscita il sospetto di macchinose invenzioni per escludere e per promuovere, per fregare qualcuno e far vincere un altro, non può garantire molto di meglio. Altro che giustizia, solidarietà, emancipazione… le belle parole di una sinistra senza parole.