L’incarico a Cottarelli mentre infuria lo squadrismo mediatico

Quello che dicono essere il più democratico degli strumenti di comunicazione, la rete, che diventa il luogo di uno squadrismo mediatico inaccettabile. In qualunque modo la si pensi. Da qualunque parte si sia deciso di stare. L’attacco al Capo dello Sato di queste ore, colpevole secondo la propaganda grillina e leghista, di aver impedito al cosiddetto governo del cambiamento di insediarsi a Palazzo Chigi e dintorni, di scrivere la storia solo per un ministro che non gli piaceva, ha raggiunto toni inaccettabili. Rievocando una stagione lontana, per tanti mai vissuta. Terribile. Ma che c’è stata. E non bisogna mai dimenticarlo. Lo hanno fatto rispolverando la minaccia di atti simbolici come lo fu la marcia su Roma. Attaccando a testa bassa il garante primo della Repubblica e degli italiani che questa situazione saranno i primi a pagarla. Con la mancanza di lavoro, con i risparmi che rischiano di andare in fumo, con l’impossibilità a costruirsi un futuro. Con una democrazia conquistata con tanta fatica messa in discussione da un’inaccettabile mancanza di rispetto della Carta Costituzionale che a nessuno può essere consentito di ignorare. E del suo garante massimo.


L’attacco al presidente Mattarella è stato frontale. Volgare. Da bulli. Sui social, anche con minacce di morte, nelle piazze, nei consigli comunali (Torino) dove i consiglieri Cinque Stelle hanno disertato l’aula, nelle stanze di alcuni sindaci leghisti da cui è stata rimossa la fotografia ufficiale del Capo dello Stato. Rumori di piazza. La minaccia della richiesta di impeachment sventolata con più o meno veemenza. Comparsate in tv in tale numero da mettere in discussione i record consolidati di Berlusconi. Luigi Di Maio e Matteo Salvini ovunque, anche nel salotto televisivo di Barbara D’Urso per aizzare la piazza contro il Quirinale. Inventandosi, Di Maio, anche di aver proposto un’alternativa al nome di Paolo Savona al ministero dell’Economia. quelli dei leghisti Siri e Bagnai. E’ stato sbugiardato quasi in diretta da un comunicato del Colle. Ma i due sono andati avanti, diritti sulla strada dello sfascio. Di Maio aiutato da Alessandro Di Battista che fortunatamente non ha annullato il viaggio in California. Ma tornerà per candidarsi.

Il presidente della Repubblica, fermo e deciso come si era mostrato nel momento in cui aveva posto la parola fine al tentativo giallo-verde, è andato avanti sulla strada tracciata. E ha dato l’incarico a Carlo Cottarelli, l’ex commissario alla spending, per formare un governo che già si sa che non avrà la maggioranza in Parlamento. Lo ha detto lui per primo accettando l’incarico. Se ci fosse la fiducia si potrebbe provvedere alla legge di bilancio e votare a gennaio. Altrimenti ci aspetta un’estate di campagna elettorale e le urne in settembre. Comunque Cottarelli in poche ore avrà compilato la lista dei ministri che comporranno il governo del presidente. Circolano bei nomi. Cantone, Severino, Tronca, Pajno, Belloni, Reichlin. Giuramento, passaggio della campanella con cui si governa il consiglio dei ministri con Paolo Gentiloni, e poi in Parlamento per la fiducia. Che non ci sarà.

La campagna elettorale sarà devastante. Inesorabile. Anche perché ci sono molti dubbi sugli schieramenti in campo. La vicenda di queste settimane ha lasciato segni forse indelebili. La coalizione del governo del cambiamento potrebbe stare ragionando di ritrovarsi anche alle elezioni. Insieme farebbero un numero di voti (e di seggi) di tale rilievo da ingolosire (e spaventare). Una sorta di premio di maggioranza direttamente dalle urne. Matteo Salvini ci sta pensando anche perché “da Forza Italia mi hanno insultato”. Una spinta potrebbe essere anche il fatto che Silvio Berlusconi, tornato candidabile, ha già detto che ci sarà. Bel problema. Ma il leader leghista deciderà per il meglio. Per sé. D’altra parte in questa vicenda del governo giallo-verde ha ampiamente dimostrato di essere in grado di manovrare in modo tale da raggiungere il proprio obbiettivo. Che per Salvini era, ed è, quello di cavalcare anche a discapito dell’alleato, l’onda di una popolarità imprevista fino a poco tempo fa. Di Maio se n’è accorto troppo tardi.