L’impronta indelebile
di chi va via

Ogni migrazione ha rilevanti effetti sull’ecosistema da cui si emigra, su quello in cui si immigra, su quelli che si incontrato durante il percorso e l’effetto varia a seconda della durata: dipende da quanto tempo si emigra (almeno un anno per diventare “migranti” secondo l’Onu), da quanto tempo si viaggia sopravvivendo in altri ecosistemi, da quanto tempo o se per sempre si risiede immigrati in un altro luogo. Si tratta di fenomeni connessi, quasi o nulla studiati da scienze e discipline storiche, biologiche e sociali. Ogni cittadino tende a prendere in considerazione solo il punto di vista di chi (individuo umano) si trova laddove si emigra, si passa, si immigra. Ogni studioso tende a considerare i confini semantici della propria materia, raramente l’impronta ecologica specifica, interconnessa e complessiva.

In questi giorni abbiamo letto alcuni dati sugli effetti delle emigrazioni nei paesi d’origine. Poi ne ha parlato a Milano l’economista anglo-indiana Bina Agarwal. Da qualche decennio, i cambiamenti climatici antropici globali accentuano siccità e desertificazione, provocano un declino della produzione agricola di alcune aree (cerealicole, ovvero grano, mais, riso), in particolare nel Sud Est asiatico e nell’Africa centrale. Ciò ha impatto grave sulla fame nel mondo, costringe lentamente a fughe, all’inizio interne ai confini dello stesso stato, con ulteriore degrado del suolo e impoverimento sociale nelle regioni di partenza. Non si riflette abbastanza sull’evoluzione in quegli ecosistemi. La presenza o l’assenza umana influenza il complessivo rapporto fra tutti i fattori biotici e abiotici. Veniamo seguiti da alcune specie animali (domestiche o parassite), provochiamo uno sconquasso fra le specie vegetali residue, alteriamo equilibri preesistenti (per quanto precari) fra tutte le specie coevolute nell’ecosistema, non c’è resilienza che tenga laddove la nicchia è stata per un po’ occupata da uomini e donne, lasciamo un’impronta indelebile anche andando via.

Gli ecosistemi preesistono alla comparsa di nuove specie, che sono “aliene” rispetto a quelle che già vi si trovavano. L’inizio di Homo sapiens è simile a quello di altre specie animali, anche umane: si conquista una funzione in una nicchia di un ecosistema; ci si muove in altre nicchie, sperando ci facciano meglio sopravvivere e riprodurre. Siamo stati una specie predata, a rischio d’invasione altrui, sempre meno. Siamo divenuti una specie invadente e predatrice, sempre più. Ci siamo spesso rafforzati in numero e genetica di specie. Ciò è avvenuto anche perché abbiamo migrato molto, abbiamo esteso la rete delle relazioni sessuali e biologiche rispetto a quelle del gruppo e dell’ecosistema di appartenenza. Abbiamo occupato spazi via via maggiori di ogni continente e dell’intero pianeta, migrando noi ma anche spostando e costruendo altri fattori abiotici e biotici, un’immensa produzione antropica materiale. Da uncerto momento in poi facendo migrare anche lingue, idee, tecniche. E, da un certo momento in poi, ri-immettendo in atmosfera particelle aggiuntive di anidride carbonica; di qui il riscaldamento del pianeta di origine antropica, i cambiamenti climatici di nuova generazione, i loro effetti planetari, le migrazioni forzate.

Se ci spostiamo, se abbandoniamo un luogo dove siamo stati millenni, non possiamo trascurare la possibile conseguenza di una “cascata trofica” per il sistema ecologico locale, come anche per la biodiversità globale. Non a caso si parla oggi di una “sesta estinzione di massa”, in corso. Individui muoiono o specie si estinguono non necessariamente per un’uccisione o uno sterminio diretti. Probabilmente è andata così anche per le specie umane che hanno convissuto con noi prima di estinguersi, per molti millenni i Neanderthal in Europa e in Italia (restati nel nostro patrimonio genetico): erano pochi, avevano tanti (troppi) rapporti fra consanguinei, non avevano armi, domesticazioni e caratteri (di vista e comunicazione) che noi avevamo nel frattempo sviluppato.

L’essere rimasti l’unica specie umana presente sulla Terra, essere sopravvissuti e migrati ovunque, esserci moltiplicati di numero giustifica forse oggi un più responsabile antropocentrismo nell’ecosistema globale. Anche la biologia evoluzionistica dovrebbe ragionare più a fondo sul rapporto vitale fra ogni aspetto del migrare umano, gli equilibri dei sistemi ecologici, l’entropia, l’evoluzione delle specie. La connessione fra singoli ecosistemi e pianeta è un effetto del fenomeno migratorio, più ancora che di speciazioni ed estinzioni. Ogni nostra emigrazione è ambientale ed economica. Ogni immigrato è ambientale ed economico. Sia un migrante più libero, sia un rifugiato politico, sia un rifugiato climatico. E i geni che emigrano, alieni o meno nell’ecosistema dove immigrano, non sono solo umani.