L’Ilva, i bambini
e il vento dei veleni

La partita sull’Ilva di Taranto, chiudere sì, chiudere no, si gioca ora sui bambini. E sul loro diritto a crescere in un ambiente normale dove si possa giocare nei giardini pubblici, tenere le finestre aperte in casa e dove le scuole non si chiudano quando c’è il vento che fa volare nei polmoni le polveri che uccidono. Lo dicono da tempo, con forza, i comitati dei genitori con campagne di sensibilizzazione spesso ignorate dalle istituzioni. Ora lo ha capito anche l’Unicef che si è unito all’appello #siamotuttibambiniditaranto per chiedere a gran voce di concludere la vicenda dell’Ilva a favore dei diritti dei bambini.

Mentre la politica è impegnata nel braccio di ferro giocato sul tavolo di un ricorso al Tar che vede da una parte il governo nazionale che vorrebbe carta bianca nella vendita dell’Ilva senza lo spauracchio delle pene per chi inquina che farebbe allontanare gli investitori e dall’altra la Regione Puglia e il comune di Taranto, promotori di quel ricorso che se passasse costerebbe allo Stato due miliardi di euro per il risanamento dell’area industriale (e qui la minaccia del ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, di chiudere i battenti del siderurgico il 9 gennaio prossimo).

In mezzo c’è la città di Taranto e la sua provincia, i suoi abitanti, divisi anche loro dal molesto binomio, salute o lavoro. A tenerli uniti in questa difficilissima fase, come mai prima d’ora divisibile, sono appunto i bambini con i loro diritti inalienabili su cui ha acceso i riflettori anche l’Unicef. «A Taranto il diritto alla salute e all’istruzione dei bambini dipende dalla direzione del vento», ha dichiarato in proposito Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, riferendosi agli ultimi «wind days», i giorni del coprifuoco che ha costretto il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, a firmare l’ennesima ordinanza che obbliga le scuole e le attività commerciali del quartiere Tamburi a restare chiusi per l’inquinamento.

E tutto questo avviene in un periodo in cui la Asl di Taranto sta diffondendo gli ultimi dati sulla mortalità per tumori scoprendone uno, terribile, proprio sulle malattie oncologiche in età pediatrica che dall’ultima rilevazione sono cresciuti del 30%. Per questo una delle copertine della campagna #siamotuttibambiniditaranto è fatta dal disegno di un bambino delle elementari che raffigura le ciminiere dell’Ilva con la scritta: «papà, uccidi il mostro».

All’appello hanno già aderito Csv Salento, Forum Terzo Settore, Osservatori civici per l’ambiente e Isbem (Istituto biomedico euro mediterraneo). L’appello è indirizzato al Presidente della Repubblica, all’UNICEF (che ha già aderito), all’Organizzazione Mondiale della Sanità (la direttrice del Dipartimento Ambiente e Salute ha già aderito) e alle Nazioni Unite.

A Taranto c’è anche chi non si accontenta e non vuol sentir parlare di ambientalizzazione. «Il termine non esiste nella lingua italiana, non si trova nei vocabolari e non lo riconosce neanche l’Accademia della crusca, perché lo hanno inventato Vendola, Confindustria, Calenda ed altri», afferma Alessandro Marescotti, il leader di PeaceLink, l’associazione più combattiva e informata sull’argomento. Alla domanda sul perché il suo movimento rifiuti l’ambientalizzazione dell’Ilva, Marescotti risponde così: «PeaceLink chiede l’applicazione della legge che prevede il fermo degli impianti nel caso in cui, dopo le diffide, non segua la messa a norma. Dato che alle diffide di Ispra non è seguita la messa a norma degli impianti, la legge (e non PeaceLink) prevede il fermo degli impianti non a norma con prescrizioni non attuate». E si torna al ricorso al Tar che Calenda, Renzi e Mattarella osteggiano così tanto: il decreto impugnato da Comune e Regione, infatti, sospende fino al 2023 le misure contro chi inquina.