Gli “schiavi delle feste”
in 5 milioni al lavoro
quando gli altri riposano

“L’unico ponte che conosco è quello Casilino, lo attraverso ogni mattina per andare a lavoro”. E Mara lo attraverserà anche nei prossimi giorni cerchiati di rosso sul calendario. Perché mentre i più fortunati si godranno un po’ di relax incastrando giornate di festa a quelle di ferie, lei no. Lei punterà la sveglia sempre alla solita ora, le 6:55. Caffè veloce, un bacio ai bambini e subito in macchina, destinazione outlet di Valmontone. “Io le vacanze le guardo negli occhi di chi entra in negozio”. È così da vent’anni, in tutti i posti in cui ha lavorato. “Gli ultimi due giorni di fila passati con la mia famiglia nel weekend sono stati nel 2012”. Per il resto sempre il solito schema: casa-lavoro-casa. Che sia domenica o il 25 aprile.

Come lei tantissimi suoi colleghi. Secondo la Cgia di Mestre sono 4,7 milioni i lavoratori del commercio, divisi tra 3,4 milioni di dipendenti e i restanti 1,3 milioni di autonomi. “Con la grande distribuzione e gli outlet che durante tutto l’anno faticano a chiudere solo il giorno di Natale e quello di Pasqua – sottolinea Paolo Zabeo dell’associazione veneta di artigiani e piccole imprese – anche le piccolissime attività, nella stragrande maggioranza dei casi a conduzione familiare, sono state costrette a tenere aperto anche nei giorni festivi per non perdere la clientela”.

Da un po’ di tempo a questa parte, però, è cresciuta la voglia di alzare la testa e abbassare la saracinesca. Il ruolo del sindacato è stato cruciale. E non si ferma, anzi. “Ribadiamo il concetto che non esiste contrattualmente obbligatorietà della prestazione lavorativa nelle festività nazionali”, fa sapere la Filcams. L’accusa della federazione del settore del commercio della Cgil è chiara: “Alcune imprese, soprattutto nella grande distribuzione, hanno previsto, in modo del tutto illegittimo, in molte lettere di assunzione l’obbligo del lavoro festivo. Ecco perché è stato necessario proclamare lo sciopero che va a garantire di beneficiare della festività anche a questi lavoratori”.

Il vero caos nasce otto anni fa e ha un nome: Decreto “Salva Italia”. Il provvedimento varato dal governo Monti ha di fatto eliminato ogni vincolo e regola, stravolgendo la vita di milioni di persone. Esercizi commerciali senza limiti in termini di rispetto gli orari di apertura e chiusura, senza l’obbligo di chiusura domenicale e senza l’obbligo della mezza giornata di stop infrasettimanale. Un tema caldo che diventa rovente alla vigilia di una serie di giornate di festa e che riaccende il dibattito sulla necessità di una nuova legge sulle aperture dei locali commerciali. In commissione attività produttive c’è la proposta di legge, a prima firma della leghista Barbara Saltamartini, che disciplina gli orari degli esercizi e limita le aperture nei giorni festivi alle sole domeniche del mese di dicembre oltre ad altre quattro domeniche o festività durante l’anno.

Ma tutto è ancora in divenire. C’è anche un ddl targato Pd, un altro presentato dal movimento cinque stelle e una legge di iniziativa popolare. I pentastellati, in particolare, propongono di riportare “la competenza legislativa e la potestà regolamentare nel settore del commercio alle regioni e agli enti locali”. Al centro del documento, si legge, “la possibilità di prevedere deroghe per un massimo di dodici domeniche all’anno, stabilite dalle Regioni con apposito decreto dirigenziale da emanare di intesa con gli Enti locali e sentito il parere delle associazioni imprenditoriali del commercio, dei consumatori e delle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.

Distanza abissale con i sindacati che controbattono rilanciando l’idea unitaria presentata alla Camera dei deputati in occasione di una recente audizione sul tema. Una proposta che parte da un assunto inamovibile: chiusura nel corso delle dodici festività nazionali, civili e religiose (Primo gennaio, 6 gennaio, Pasqua e lunedì dell’Angelo, 25 aprile, Primo maggio, 2 giugno, 15 agosto, Primo novembre, 8, 25 e 26 dicembre) durante le quali non deve essere prevista la possibilità di deroga. E mentre si avanzano proposte, nei territori partono le proteste.

Dall’Emilia Romagna alla Toscana, dalla Puglia al Lazio, la parola d’ordine è “La festa non si vende”. Non è la prima volta che vengono chiamati i lavoratori a incrociare le braccia. E non sarà neanche l’ultima, visto che Filcams, Fisascat e Uiltucs si sono portate avanti in vista delle prossime giornate del 25 aprile e Primo maggio. Per buona pace degli affetti da shopping compulsivo. E per la gioia di Mara e dei suoi familiari.

Stefano Milani, RadioArticolo1