L’Europa sconfitta
a Barcellona

Quel che è avvenuto in Catalogna il 1° ottobre e nei giorni precedenti è una sconfitta del dialogo e della democrazia in Spagna ma anche in tutta l’Unione europea le cui istituzioni sono state a guardare limitandosi a dire: “è una questione interna spagnola”. E sono state scandalosamente assenti dalla manifestazione organizzata dopo l’attentato di Barcellona.
Si sarebbe dovuto affermare con molta forza che il diritto internazionale riconosce l’autodeterminazione dei popoli ma non il diritto alla secessione, che il processo di integrazione europea è nato e si è sviluppato per sconfiggere ogni forma di nazionalismo a tutti i livelli e che il federalismo europeo ha l’obiettivo di unire e non di dividere.


Si sarebbe dovuto gridare alla violazione dello Stato di diritto (spagnolo) non solo di fronte alla convocazione di un referendum non previsto dalla Costituzione spagnola ma ancor di più rispetto alla violazione sistematica dello Stato di diritto (europeo) da parte delle autorità spagnole (governo, Tribunale Costituzionale, Magistratura, Polizia e Guardia Civile) che hanno di fatto annullato i diritti alla libertà (art. 6), alla protezione dei dati a carattere personale (art. 8), alla libertà di pensiero (art. 10), alla libertà di espressione e informazione (art. 11), alla libertà di associazione e riunione (art. 12), all’uguaglianza e alla non-discriminazione (art. 20 e 21), alla diversità culturale (art. 22), al diritto ad una buona amministrazione (art. 41), e al diritto a tribunali imparziali che sono parti integranti della Carta dei diritti dell’Unione europea.

Qualcuno nelle “carreteres” di Barcellona ha invocato l’art. 7 del Trattato di Lisbona che consente di constatare una violazione dei valori dell’Unione da parte di uno Stato membro. L’articolo – ispirato al progetto Spinelli del 1984 – non è mai stato applicato nonostante le tendenze illiberali in Polonia e Ungheria perché richiede l’unanimità del Consiglio europeo contrariamente al progetto Spìnelli che affidava la constatazione ai giudici della Corte Ue di Lussemburgo. Per superare l’ostacolo insormontabile dell’art. 7 c’è chi (il Movimento Europeo in Italia, la fondazione Geremek in Polonia, la Open Society di Soros) pensa ad una iniziativa dei cittadini europei per dotare l’Unione di uno strumento giuridico più efficace a difesa dello Stato di diritto.

Nel frattempo, sarebbe urgente e necessario che il Parlamento europeo – a richiesta di un quarto dei membri che lo compongono (186) – costituisse una commissione di inchiesta che fosse anche un luogo di confronto e di dialogo fra tutte le parti in causa e che le forze politiche europee democratiche si rivolgessero alle loro rispettive famiglie politiche in Spagna e in Catalogna chiedendo che si ripartisse dallo Statuto di autonomia del 2006 per avviare un processo definito nel tempo di una Spagna organizzata secondo un modello federale.
Appare evidente che il governo Rajoy non è più (se mai lo è stato) l’interlocutore adeguato per dialogare con le forze politiche e la società civile catalane e che spetta alle forze politiche spagnole – che intendono garantire lo sviluppo di un modello spagnolo di democrazia partecipativa e di prossimità – proporre al Re un governo di unità spagnola che associ i movimenti “nazionalisti” disponibili al dialogo.

Ma come si è arrivati a questo punto? Quali snodi storici lo hanno determinato? Durante la dittatura franchista la lingua e la cultura catalane erano considerate non più che un “patois” e cioè un dialetto locale che doveva essere soppresso insieme all’autonomia della regione. In Catalogna si è sviluppato durante il franchismo un movimento nello stesso tempo antifascista e federalista molto vicino alle idee di un’Europa libera, unita e democratica che fanno parte del pensiero e dell’azione lanciata da Spinelli con il Manifesto di Ventotene.
Durante la transizione democratica dal franchismo alla Costituzione del 1978 i principi dell’autonomia non furono considerati prioritari dalle forze politiche e lo Statuto delle autonomie approvato nel 1979 fu coerente con l’approccio centralista della maggioranza del mondo politico spagnolo pur recuperando la lingua catalana e stabilendo la corresponsabilità fiscale fra Stato spagnolo e Comunità autonome.

Nel 2006, il Parlamento catalano approvò un aggiornamento dello Statuto che aveva l’obiettivo di rafforzare le competenze della Comunità autonoma nel quadro di una riforma dello Stato centrale che sarebbe dovuto evolvere verso un sistema federale come è avvenuto in vari Stati europei a cominciare dalla Germania, l’Austria e il Belgio.
A quello Statuto si è opposto, con una campagna aggressiva, il Partito Popolare di Aznar che aveva anche lo scopo di delegittimare il governo socialista di Zapatero, una campagna che è culminata nella decisione del 2010 del Tribunale costituzionale (lo stesso tribunale che ha dichiarato illegittimo il referendum del 1° ottobre) di annullare la modifica dello Statuto svuotandolo negli aspetti più innovativi. Dal 2012 ad oggi, il governo Rajoy ha inoltre introdotto leggi centralizzatrici che hanno ulteriormente indebolito lo Statuto delle autonomie.

Una buona parte dei catalani si è sentita tradita da questa decisione e il “catalanismo” autonomista e federalista è stato progressivamente egemonizzato da movimenti indipendentisti che alle elezioni regionali del 2015 hanno ottenuto il consenso della “quasi” maggioranza dei catalani (passando in cinque anni dal 15 al 47,7%) ma la maggioranza effettiva del Parlamento con un governo che unisce su posizioni di oltranzismo nazionalista forze politiche di sinistra radicale e destra conservatrice.

La rottura del dialogo con Madrid e la scelta di forzare la mano non solo allo Stato spagnolo ma anche agli abitanti della Catalogna è il frutto di un complesso di ragioni che vanno da scelte economiche e finanziarie separatiste – molto simili a quelle che prevalgono in movimenti come le Lega in Italia o il Vlaams Blok in Belgio o frange della CSU in Baviera – ad una crescente avversione contro il governo (minoritario) di Rajoy e contro le altre forze politiche spagnole che non sono state capaci di creare un’alternativa al governo del Partito Popular. Proprio per questa ragione soltanto un governo diverso da quello attuale può aprire una fase di dialogo in Spagna e in Europa.