L’Europa sbaglia? Sì, ma i colpevoli non cercateli a Bruxelles

L’Europa, si dice. L’Europa ci ha lasciato soli, l’Europa nella lotta all’epidemia che sta devastando la vita di noi europei non c’è. Il concetto è semplice, uno slogan che vola a fare il nido dentro al cuore di un’opinione pubblica impaurita e incerta più che mai del proprio futuro, anche di quello più immediato.  L’accusa dilaga e rimbomba nei discorsi di casa, nelle redazioni dei giornali, nelle tv e nelle radio, nelle parole dei politici. Quante volte al giorno la sentiamo? Sembra incontrovertibile, lapalissiana, tale da ridurre a balbettìo o vuota retorica gli argomenti di chi cerca di contrastarla. E purtroppo le notizie che arrivano da Bruxelles, dove la presidente della Commissione ha coordinato un surreale Consiglio europeo straordinario in teleconferenza non ci hanno confortato. Ursula von der Leryen ha annunciato la fine del regime delle limitazioni del patto di stabilità, cosicché si potrà spendere in deficit tutto quello che si vorrà spendere, e ha messo il cappello dell’esecutivo sulla chiusura delle frontiere esterne dell’Unione e la reintroduzione dei confini tra gli stati all’interno. In pratica ha sanzionato la fine di Schengen. L’Unione europea si sta riducendo ai minimi termini. Ma neppure di fronte a questo disastro dai capi di governo e di stato che per la prima volta dall’esplosione dell’emergenza si guardavano in faccia, sia pure su uno schermo, non sono venute risposte o idee. L’Europa al tempo del Coronavirus non c’è. E quel che ne rimane sembra capace di agire solo per confermare pensieri che stanno diventando dominanti: le diamo tanto e non ci rende niente, neppure in un momento così difficile.

Questa è l’accusa, ma è fondata?

Dipende. Quando diciamo “Europa” che cosa intendiamo?  Non certo la fisicità geografica di questa parte del pianeta in cui ci troviamo a vivere, né l’insieme di storia, culture, lingue, economie che ne definiscono l’identità, più o meno certa. No. In un modo piuttosto indistinto, ma emotivamente intenso, quando diciamo Europa intendiamo l’Unione europea. Sono “quelli di Bruxelles” che ci hanno lasciato soli, quelli che chiedono e non dànno, quelli che impongono le regole e non capiscono le ragioni. Poi, quando si fanno i sondaggi, si vede che tutti noi, noi europei non solo noi italiani, restiamo ancora, nonostante tutto, in maggioranza favorevoli al fatto che l’Unione ci sia e l’euro pure, ma intanto lo abbiamo trovato, lassù, il nemico che ci sta rovinando la vita. I sovranisti lo gridano forte, ci costruiscono sopra la parvenza d’una politica e sembra che meglio degli altri interpretino lo spirito dei tempi. Paradossalmente, giacché se c’era bisogno di una prova che dimostrasse come di fronte ai disastri epocali gli stati sovrani servano a ben poco essa è arrivata insieme con il virus che ci sta massacrando.

Bruxelles, la Commissione

Quando diciamo “Europa”

E invece siamo tutti un po’ sovranisti (succubi di quella incultura) quando accusando l’ “Europa” intendiamo l’Unione europea. Ma il discorso dobbiamo portarlo oltre e chiederci: quando diciamo (o vogliamo dire) Unione europea che cosa intendiamo?  “Le parole sono importanti” diceva il protagonista d’un bel film di Nanni Moretti: è importante riconoscere sempre che sono l’espressione di fatti e come tali vanno pronunciate. E i fatti sono che l’Unione europea è l’insieme, mal amalgamato, delle istituzioni comunitarie costruite sull’onda di una volontà di integrazione e della realtà delle singole volontà politiche dei governi. Queste hanno pure una sede, il Consiglio, che nel faticoso e contrastato processo di costruzione dell’edificio europeo è andato affermandosi come il baluardo degli interessi politici dell’establishment dei singoli stati, molto spesso in opposizione alle altre istituzioni, la Commissione e il Parlamento, portatrici delle istanze più comunitarie. Si tratta di un dualismo, d’una specie di schizofrenia politica, la cui esistenza tende a sfuggire alle opinioni pubbliche del continente, propense in genere a fare, per dirla così, d’ogni erba un fascio. Anche le persone più avvertite, come lamentava sconsolato qualche ora fa su Facebook uno di “quelli di Bruxelles” che al sogno dell’Europa come comunità ha dedicato la vita e ora, in pensione, si trova a dover spiegare come stanno le cose a uno dei più stimati editorialisti d’un grande quotidiano.

Le cose stanno così: la Commissione europea non ha alcuna competenza in materia di sanità. Com’è accaduto per l’altro grande tema che dominato la politica e lo spirito pubblico negli ultimi anni, il dramma dell’immigrazione (anche lì, quante volte abbiamo sentito la lamentela sull’Europa che non c’è, non ci aiuta, ci lascia soli, e allora che ci ridia i soldi che le diamo…), la materia se la sono tenuta ben stretta gli stati e i governi nazionali son stati ben attenti a chiuderla a doppia mandata nel recinto della propria sovranità. Sovranità che proprio in queste ore viene declinata in misure di raro egoismo nazionale, come l’accaparramento di beni sanitari,  mascherine, respiratori e altri materiali tecnici, o la chiusura delle frontiere alle persone ma anche a a merci essenziali. Tutto mentre magari a casa si dà alle accuse contro “quelli di Bruxelles”. Come se “quelli di Bruxelles” non siano anche loro stessi, quando le decisioni le prendono in Consiglio oppure nel cosiddetto Eurogruppo, che riunisce i ministri economici e finanziari ed è, per così dire, il non plus ultra della preminenza dei poteri sovrani in seno all’Unione. E le decisioni che prendono sono legge per tutti…

La Commissione e il Parlamento europeo, stando ai Trattati, hanno al massimo competenze di sostegno. Possono, per esempio, stanziare fondi dal risicato bilancio comunitario (la cui scandalosa insufficienza, prodotta proprio dalle scelte dei governi nazionali, è un altro problema la cui esistenza sfugge del tutto al grosso dell’opinione pubblica), e possono allentare i cordoni della disciplina di bilancio in modo che gli stati possano più liberamente dedicare le risorse necessarie a combattere l’emergenza in deroga al controllo del deficit. E questo, in effetti, lo hanno fatto. All’Italia è stato permesso di sforare ben oltre la misura della “flessibilità” rincorsa dai governanti di Roma negli anni passati. La presidente Ursula von der Leyen lo ha segnalato con parole che richiamavano il celebre “whatever it takes” con cui a suo tempo Mario Draghi fece ingaggiare alla BCE la battaglia decisiva per salvare l’euro. Non si può dire che sia stata assente. Impotente, ma non assente.

I danni dell’austerity

Bisognerebbe, insomma, ridare il senso alle parole che si usano nella vita pubblica. Specialmente nel momento delicatissimo che stiamo vivendo. Ma attenzione: rimettere le cose al loro posto cominciando dal rispetto della semantica del potere non significa assolvere la Commissione, e anche il Parlamento europeo, dalle colpe che hanno. Queste istituzioni non hanno competenze in materia di sanità, ma ne hanno, eccome, in materia di politiche finanziarie e di spesa. E sarà bene ricordare che alcune delle più restrittive misure che sono state imposte negli anni passati in fatto di disciplina di bilancio erano contenute nelle direttive e nelle raccomandazioni agli stati vòlte proprio a sollecitare la riduzione delle spese per la salute pubblica. L’austerity dei grami anni passati, di cui le Commissione presiedute da Barroso e da Juncker sono state interpreti molto zelanti, ha gravato pesantemente sui sistemi sanitari nazionali, anche e soprattutto su quello italiano. Non solo, ma ha teso a indirizzare le scelte a favore del privato e a detrimento del pubblico. Oggi, in piena crisi epidemica globale, possiamo solo contare i danni: ci mancano ospedali, posti letto, medici, ricercatori; si è speso troppo poco e si è risparmiato dove non si doveva. Qualche timidissimo segnale di una qualche volontà di cambiare registro la nuova Commissione aveva cominciato a darlo, poi è arrivata la tempesta.

Il problema, come si diceva una volta, è politico. Nel dualismo istituzionale Commissione e Parlamento erano, per dirla alla buona, “dalla parte giusta”, ma hanno fatto, soprattutto la prima, una politica sbagliata. Il “governo” dell’Unione era fatto – è fatto – della stessa pasta politica della maggioranza dei governi europei, a loro volta espressione politiche di orientamenti prevalenti nell’opinione pubblica continentale, e propendeva – ora meno, speriamo –  a far propria l’illusione che la riduzione del ruolo del pubblico (negli Stati e nell’Unione) fosse la soluzione giusta, non solo per uscire dalla contingenza della crisi dell’euro e dei debiti, ma anche per il futuro. E le sinistre non sono riuscite – non riescono – a fare argine, né nei singoli paesi né nel Parlamento europeo. Troppo a lungo si sono adagiate nel pensiero che quella, l’austerity, magari solo un po’ temperata, fosse l’unica strada percorribile. Nell’idea che, come aveva detto il cancelliere tedesco Gerhard Schröder quando propose la sua “Agenda 2010” (una sorta di Job Act ante litteram): dobbiamo essere noi a ridurre il welfare perché se non lo facciamo noi lo faranno gli altri contro di noi.

È un discorso lungo, che va oltre la drammaticissima congiuntura che stiamo vivendo e che la sinistra dovrà, meglio prima che poi, tornare a fare. Per ora usiamo le parole giuste e guardiamo ai fatti. Il dilagare della crisi del virus in tutta Europa ci mostra nel modo più chiaro e più immediatamente percepibile che l’economia va governata, che servono programmazione e interventi pubblici, che il laissez faire produce non solo disastri sociali ma anche rischi globali. Perfino Donald Trump e Boris Johnson pare che comincino a rendersene conto. Vedremo se l’Unione europea quando sarà passata la tragedia ne saprà trarre la lezione. Se lo farà, intanto, la sinistra.