LeU, la sconfitta non è un destino

A oltre un mese dal voto la situazione a sinistra appare senza speranza. I soggetti fondatori di LeU non si accordano sul lancio del percorso costituente annunciato appena prima del voto e nessuno si prende la responsabilità di una sconfitta che tutti addossano ad altri. E così, anche oggi, l’accountability per gli errori di ieri la rimandiamo a domani.

Dicono in molti che la sconfitta viene da lontano, che non si può ridurre a errori dei singoli ma va letta alla luce del contesto regressivo internazionale e nazionale. Hanno ragione, come ha ragione Rosa Fioravante quando sintetizza quello che ha sbagliato la sinistra: too little too late.

Ma la sconfitta non è un destino. Se in Europa crescono e si affermano sinistre vecchie e nuove che riconoscono la necessità e praticano la sostanza di una svolta radicale e una rottura vera con chi difende gli equilibri di potere che generano disuguaglianze, vuol dire che non c’è niente che una sinistra rivoluzionata nelle idee, nelle pratiche e nei volti non possa fare.

Quando iniziamo? Lo stallo per la formazione del governo ci dice che un ritorno al voto è possibile. Troppo profonde le ansie espresse dal Paese il 4 marzo: il rifiuto del renzismo, la voglia di non ripiombare nel berlusconismo, la paura del grillismo. Ansie che potrebbero essere in parte placate da una nuova forza credibile alternativa agli attuali schieramenti. Una sinistra rinnovata capace di interpretare lo stato emotivo del Paese è il tassello che manca per una stagione di cambiamento progressista.

Non si tratta di immaginare una sinistra capace di vincere le elezioni in pochi mesi, ma di prendere coscienza della funzione di una sinistra possibile in questa fase: mediare tra un M5S che accetta la sfida del compromesso e un PD sfrondato dell’arroganza renziana. Un Centrosinistra a Cinque Stelle, l’unica chance di cambiamento progressista nell’Italia del 2018. Ma senza una sinistra credibile manca la forza numerica e politica per l’alternativa. E una sinistra credibile non nasce da quanto attualmente in campo.

Per questo è tempo di una rivoluzione nel nostro campo. Una rivoluzione di idee e visione, perché il Paese ha bisogno di parole nuove capaci di catturarne l’attenzione. Una rivoluzione di pratiche e metodi, perché per essere alternativi bisogna essere diversi. Una rivoluzione di volti e storie, perché la credibilità si conquista anche col rinnovamento.

Una rivoluzione neosocialista, innanzitutto. Non è vero che non esistono più destra e sinistra, che le persone sono stufe delle ideologie, che la modernità consiste nell’adattarsi a un mondo che lascia indietro chi non è abbastanza veloce. Al contrario vincono le sinistre che interpretano una rottura col “sistema” globale che produce grotteschi livelli di diseguaglianza, precarietà di massa e devastazione di ecosistemi. Lo fanno parlando di un nuovo modello di sviluppo incentrato sul protagonismo delle istituzioni pubbliche nel contrastare l’accumulazione della ricchezza, la precarizzazione del lavoro e l’ingiustizia climatica.

È la rivoluzione neosocialista del Labour di Jeremy Corbyn e della Our Revolution di Bernie Sanders, che ridà senso storico a una parola antica, potente e spesso tradita, una parola bella perché ideologica: “non serve più sussurrare per pronunciare la parola Socialismo”.

Una parola di cui abbiamo bisogno per ricostruire una cultura politica comune, non estemporanea, in cui ritrovare il senso dell’impegno collettivo di una comunità in lotta per un ideale. Per chiudere il trentennio di egemonia neoliberista serve una rivoluzione neosocialista!

Una rivoluzione democratica. Nel campo sempre più largo a sinistra del PD in 5 anni non c’è mai stato un vero momento di democrazia. Mai una primaria, un congresso a tesi contrapposte, con candidature multiple. SEL fu sciolta dal gruppo dirigente dopo 2 congressi a mozione unica in 6 anni. Dei congressi di Possibile non si ricordano in molti. La lista Tsipras fu uccisa nella culla da garanti eletti da nessuno. SI nasce scindendosi senza votare sull’unico nodo vero (l’Europa). MdP non ha organi democratici eletti da iscritti che nessuno ascolta. LeU nasce da un’assemblea di 1600 delegati eletti da 48 mila aderenti cui viene imposta una leadership scelta da tre persone. Vi sembra normale?

Eppure è stata una contesa vera a far nascere la rivoluzione di Corbyn tanto quanto la Puglia di Vendola. Non esiste riscatto se non c’è legittimità piena di una leadership plasmata da un confronto democratico. Non è credibile un percorso che non nasca da un luogo in cui si debba rendere conto di chi si è, cosa si è fatto e cosa si vuole fare. Non è pensabile sublimare nella nascita di nuovi cartelli il necessario ricambio di gruppi dirigenti che generano sconfitte a ripetizione.

Perché è proprio questo che genera l’insofferenza che è benzina del grillismo, quella sensazione cioè, che in quella melassa che troppo spesso è la politica italiana, nessuno sia mai responsabile di nulla. Il vaffanculo di Grillo non è solo un becero slancio di inciviltà, è il legittimo grido di rabbia di chi chiedeva un cambiamento tradito da un ceto politico che ha preferito la propria sopravvivenza a quella dei propri valori. Un ceto politico selezionato per cooptazione figlia della fedeltà ai “potenti” del turno precedente di sconfitte. Nanni Moretti dovrebbe raffinare il concetto: con questi metodi di selezione della classe dirigente non vinceremo mai!

Una rivoluzione generazionale, infine. Se non ha senso l’elenco dei responsabili di ogni sconfitta deve essere comunque evidente che non si può ripartire dai condottieri delle passate e presenti disfatte, a partire dai parlamentari di LeU responsabili della fallimentare costruzione delle liste, come giustamente ha scritto Simone Oggionni.

La credibilità di chi c’era, era lì, poteva fare e non ha fatto (per dirla come in un intervento profetico di Fulvia Bandoli), non può essere ricostruita a tavolino. La giusta condanna della rottamazione non può essere la scusa per dimenticare gli errori commessi, né quella per non porre con forza il tema della credibilità della leadership, senza la quale non sono credibili nemmeno le nostre idee e i nostri valori.

Da dove si riparte allora? Se c’è in Italia un’enorme questione generazionale che è, anche, questione sociale, si deve ripartire da chi unisce alla “coscienza di classe” l’aver vissuto sulla sua pelle i disagi del pendolare, del precario, dell’emigrato, dello studente lavoratore, il prezzo salato delle diseguaglianze economiche, di genere, territoriali. I giovani che ci credono (e votano) più degli altri, perché come dice la raccolta curata dal ricercatore emigrato Samuele Mazzolini salveranno l’Italia.

Questa rivoluzione è possibile. È già successa. A pochi mesi da una devastante sconfitta elettorale, tramite una contesa aperta, Corbyn ha rivoluzionato la cultura politica del Labour, fondando sulla credibilità della sua leadership la mobilitazione di una generazione. Il Manifesto di Londra lo sa bene, e gli ha strappato, col Presidente Grasso, la promessa di venire a Roma a benedire la nascita di un nuovo partito laburista. Perché la sconfitta non è un destino. È tempo di una rivoluzione nel nostro campo.