Riace, l’utopia
che i nuovi barbari
vogliono cancellare

“Sono stanco. Ho passato l’intera estate seduto su questi gradini. Ma sono pronto ad affrontare qualsiasi esito”. È stremato Mimmo Lucano, il sindaco di Riace, fiaccato da mesi di battaglie, proteste, scioperi della fame, portati avanti per vedere riconosciuto alla sua comunità quello che è semplicemente un diritto: il saldo di luglio-dicembre 2017 relativo al progetto Sprar. I gradini sono quelli della piazzetta con il muretto e l’arco di legno dove campeggia la scritta “Villaggio Globale”, gli stessi dove si sono seduti Roberto Saviano, Ada Colau, Luigi De Magistris, Gino Strada, Chiara Sasso e tanti altri, intellettuali, scrittori, giornalisti, giunti nel piccolo borgo calabrese per portare il loro sostegno a un modello virtuoso di integrazione sull’orlo del collasso.

Le casse del comune di Riace avanzano dallo Stato un credito pari a quasi due milioni di euro. E, non bastasse, la cittadina famosa in tutto il mondo per il ritrovamento dei Bronzi non è compresa tra gli enti beneficiari del finanziamento Sprar del primo semestre del 2018. Una vicenda che assume sempre più contorni politici, viste le esternazioni non proprio felici con le quali il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è rivolto di recente a Lucano («È uno zero»; «Andrò a Riace solo quando ci sarà un nuovo sindaco»).

Donald, rifugiato del Camerun, ama organizzare tornei di calcetto per i ragazzi del paese. Si dice pronto a fare qualsiasi lavoro, lui che è arrivato a Riace sette mesi fa con sua moglie e la sua bambina, pieno di speranza, ma ora dice: «Se i soldi non arrivano, che fine faremo?».

LE VICENDE GIUDIZIARIE

Dalla cattedra di una scuola media al 40° posto nella classifica degli uomini più influenti del pianeta stilata nel 2016 da Fortune. E certo non per esser diventato ricco o potente, ma per aver aperto le porte del suo piccolo comune di poco più di mille anime a rifugiati di ogni nazionalità che lo hanno ripopolato facendone un’allegra Babele di lingue, colori, culture. Il sistema di integrazione riacese è studiato in tutto il mondo, ma nel 2016 cominciano i guai. Un funzionario della Prefettura di Reggio Calabria redige una relazione ispettiva dalla quale emergono «criticità per gli aspetti amministrativi e organizzativi» relativi alla gestione del sistema di accoglienza. Criticità smentite dai verbali delle ispezioni successive, che parlano di un’«esperienza importante per la Calabria e segno distintivo di quelle buone pratiche che possono far parlare bene della regione».

Non basta. Nel 2017 Lucano è indagato dalla Procura di Locri per abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche in favore dei migranti, indagine che sancisce, di fatto, il blocco dei fondi da parte del Ministero dell’Interno. Il comune non riceve più i bonus e le borse lavoro degli ultimi tre anni (pari ai 35 euro giornalieri stanziati per migrante), commercianti e artigiani non vengono pagati da mesi e il Cas ha già chiuso i battenti.

IL MODELLO RIACE

Tutto ha inizio nel 1998 con il primo sbarco: una nave con a bordo oltre 200 profughi curdi approda sulle coste a ridosso del borgo calabrese. La comunità li accoglie da subito e Mimmo Lucano – all’epoca non ancora sindaco – intuisce in quell’arrivo inaspettato un’occasione storica per rivitalizzare il comune ad elevato rischio spopolamento e fonda assieme ad un gruppo di volontari l’Associazione Città Futura intitolata a Don Pino Puglisi, attraverso la quale gestire le pratiche di asilo e ospitalità dei migranti che, da quel momento in poi, cominciano a popolare la cittadina in numero sempre più copioso.

Ma come funziona davvero il “modello Riace”, che ha attirato l’attenzione della stampa e della politica mondiale?
I bonus. Per sopperire ai ritardi della burocrazia, che spesso finanzia i progetti di accoglienza con notevole ritardo, a Riace sono in uso i “bonus”: una sorta di moneta virtuale nata circa sei anni fa da un’idea del sindaco. I negozianti di Riace sono stati disponibili da subito ad accettare i bonus, che sono convertiti in euro non appena i fondi vengono erogati.

«I bonus sono l’equivalente del pocket money di 2,5 euro al giorno per migrante, che diventano 175 euro mensili, 310 per due persone e 375 per un nucleo familiare da 3 persone in su – spiega Jerri Tornese dell’Associazione Welcome – «ciascuna moneta raffigura un personaggio storico; vengono stampate in tipografia e rappresentano un buon metodo per rendere le famiglie autonome nell’attesa che gli vengano corrisposte le spettanze». Un’idea che piace molto anche al sindaco di Napoli Luigi De Magistris che ha accennato da non molto di voler dotare la città di una moneta autonoma da affiancare all’euro. Un’idea.
Il pozzo. Riace è un comune ricco d’acqua, la cui portata è sufficiente al punto da poter essere autonomo da Sorical, l’ente gestore dell’erogazione di acqua in Calabria. La parte superiore del paese (“Riace Superiore”) di fatto lo è già, e ora si sta cercando di autonomizzare anche Riace Marina, attraverso la creazione di un pozzo e l’installazione di energia elettrica da parte di una società specializzata. Un sistema analogo è adottato anche in Spagna, a Barcellona, grazie a un’intuizione dell’alcadessa Ada Colau. Si tratterebbe di un bel risparmio per i cittadini, che dovrebbero corrispondere alle casse comunali soltanto una minima quota.
Fattoria didattica e ambulatorio. Conigli, galline, oche. Nella fattoria didattica, inaugurata proprio a inizio 2018, la gente del luogo lavora insieme ai migranti allevando gli animali e coltivando i prodotti della terra con metodi equi e sostenibili. C’è anche un ambulatorio medico dove due specialisti (un pediatra e un ginecologo) visitano gratuitamente tutti gli abitanti del paese.
L’asilo multietnico Finanziato dalla Regione Calabria nel 2017, ospita 30 bambini, tutti di diversa nazionalità. Attualmente vi sono impiegati 14 operatori. Le scuole (primaria, elementare e media) sono anch’esse multietniche, così come anche il doposcuola.
Il frantoio. Un vecchio frantoio con antiche macine in pietra destinato alla produzione di olio extravergine di oliva è stato ristrutturato e dotato di attrezzature moderne. Secondo il progetto originario, la struttura dovrebbe impiegare alcuni migranti attraverso lo strumento delle borse lavoro.


Ristoranti e botteghe. Molti dei migranti e degli autoctoni residenti a Riace hanno trovato impiego presso le locali botteghe, ripristinando antichi mestieri e tradizioni ormai in disuso tramandati dagli anziani del posto. Sono nate, così, officine di ceramica, di tessitura con telai manuali e filatura manuale della lana; laboratori per la preparazione di conserve alimentari (in particolare confetture di arance e mandarini con metodi artigianali), lavorazione del latte di pecora e di capra, del pane a lievitazione acida e del cioccolato.

Altra tradizione peculiare del luogo è la lavorazione della fibra di ginestra, la pianta cara a Leopardi che cresce in abbondanza sulle pendici dei monti calabresi tingendole di giallo, e che viene trasformata in tela. Da segnalare, poi, la taverna “Donna Rosa”, che propone cucina etnica e gastronomia tipica e dove diverse persone sono impiegate grazie alle borse lavoro.
La raccolta differenziata. A Riace la raccolta differenziata dei rifiuti avviene con una modalità molto particolare: sì, perché si fa con… gli asini! Ogni giorno due operatori ecologici passano con i carretti trainati dagli animali per le strade della città a ritirare i sacchetti dell’immondizia porta a porta, recuperando così un antico mezzo di trasporto.
L’albergo diffuso. Con un mutuo di 51 mila euro erogato da Banca Etica è stato possibile intervenire su case chiuse da 40 anni, di proprietà di emigranti mai più tornati. Con il loro consenso, sono stati rimessi a posto infissi e impianti e ospitati turisti solidali da tutto il mondo, desiderosi di partecipare alla gestione dell’accoglienza. Attraverso il recupero delle case abbandonate (una ventina) sono stati creati in totale 100 posti letto.

COSA SUCCEDERA’

A proposito della querelle relativa alla messa in onda della fiction Rai su Riace con protagonista Beppe Fiorello (vedi l’articolo di Marcella Ciarnelli su Strisciarossa.it dell’11/09/18), Mimmo Lucano ha dichiarato nel corso di un recente intervento pubblico di avere pieno rispetto del lavoro della magistratura. «Però una cosa la devo dire, – ammette – se la fiction fosse andata in onda e sette/otto milioni di italiani l’avessero vista, avrebbero capito che se l’integrazione è possibile in un luogo come questo, un luogo limite con tutti i suoi problemi di abbandono, di declino demografico, sociali, di rassegnazione, questa convivenza delle multiculturalità, delle differenze, è possibile ovunque. Vuol dire che solo rimanendo umani si trovano soluzioni. Ma questo messaggio sarebbe stato controcorrente rispetto a quanto sta avvenendo. Si cerca il consenso spingendo verso la civiltà della barbarie».

Già, perché se il modello Riace, questa «utopia della normalità» dovesse fallire, a chi farebbe comodo in fondo?