L’epidemia si diffonde
ma il futuro è solo
nelle nostre mani

Anche Donald Trump è stato contagiato dal virus, insieme alla moglie Melania. Forse non è un caso che tutti i tre leader negazionisti del mondo occidentale – lui stesso, l’inglese Boris Johnson e il brasiliano Jair Bolsonaro – hanno conosciuto il virus SARS-CoV-2. Quasi a dimostrare che con COVID-19 non si scherza.

Torniamo, dunque, alla domanda che di frequenta Strisciarossa vi propone, soprattutto quando l’eco mediatica sale di tono: e in Italia, come stiamo?

Questa volta la domanda ammette una risposta un po’ più preoccupata. Sia pure lentamente, qualcosa sta cambiando in peggio. Ma non è ancora il caso di allarmarsi. Non siamo difronte alla seconda ondata. Per due motivi: in primo luogo perché non ci sono ondate distinte le une dalle altre in questa epidemia, ma lei procede come un mare capriccioso con un’infinità di onde ora bassissime ora più alte. In secondo luogo perché l’increspatura c’è, ma non è burrasca.

Perché diciamo che qualcosa sta cambiando? Consideriamo il tasso di positività, ovvero il numero di persone che risultano contagiate su cento tamponi effettuati. E consideriamo le ultime cinque settimane. La prima settimana avevamo un tasso di positività pari a 1,47 (1,47 positivi su cento tamponi); nella seconda il tasso era salito a 1,64; più a 1,71, nella penultima era di 1,74, in quest’ultima settimana il tasso risulta pari a 2,02. La tendenza a salire c’è. Anche comparata a metà agosto (tasso pari a circa 1,5) e a fine luglio (tasso pari a circa 0,69.

Questa sequenza mostra due gradini, con un primo salto – o, se volete, una prima onda – a inizio agosto, poi una sostanziale stabilità, ora una nuova onda. Anzi un nuovo treno d’onde. Che non costituiscono uno tsunami. Dobbiamo essere vigili, molto vigili, ma non ancora allarmati. Tutto dipende da noi. Possiamo far evolvere la situazione in modo che il virus non si diffonda a velocità maggiore (e magari rallenti) ed evitare che invece evolva verso la situazione che in questo momento subiscono altri paesi.

I grandi paesi europei

Consideriamo i grandi paesi europei. In questo momento la Spagna è quella che sta peggio, seguita dalla Francia. Il tasso di positività nel paese iberico è infatti di 10,2: cinque volte il nostro. I cugini d’oltralpe invece accusano un tasso di positività di 9,22: più di quattro volte il nostro. Per quanto strano possa sembrare, dato quello che leggiamo, sta meglio di noi solo il Regno Unito, che ha un tasso di positività di 1,39: il 30 % in meno del nostro.

Il motivo di queste discordanze sta nel fatto che troppi considerano soli i casi di positività rilevati: 25.184 in UK tra il 21 e il 27 settembre, contro gli 11,535 dell’Italia. Il fatto è che, dopo la prima sbandata di Johnson, in Gran Bretagna fanno tamponi a tappeto: 1,8 milioni nella settimana di cui sopra contro i nostri 650.000. Più tamponi si fanno, più contagiati si trovano.

Ma ritorniamo all’Italia. Siamo in una condizione di precarietà, circondati come siamo da vicini dove l’epidemia è molto più diffusa: in Austria il tasso di positività è di 4,5; in Croazia di 4,4, in Slovenia di 5,2. Non disponiamo dei dati svizzeri.

Come dice Andrea Crisanti, dell’Università di Padova, dovremo iniziare ad allarmarci quando il numero di contagi rilevati (a parità di tamponi effettuati, aggiungiamo noi) sarà triplicato e si avvicinerà a quello dei nostri vicini. Dobbiamo però fare di tutto perché questo non accada: con il coltello fra i denti, come ha detto il minsitro Roberto Speranza.

A cosa è dovuto l’incremento dei casi di positività, sia pure ridotto? Non lo sappiamo con esattezza. Potrebbe essere una coda dell’estate e delle deroghe al distanziamento fisico tra le persone: movida e discoteche, certo, ma soprattutto mobilità con ogni mezzo di trasporto (auto familiare forse esclusa).

Che cosa possiamo fare?

Sta di fatto che chi si è contagiato durante l’estate è tornato alle proprie case e ai propri luoghi di lavoro e ora sta diffondendo il virus. Questi dati, in ogni caso, non risentono ancora dell’apertura delle scuole. Potremo valutare il ritorno tar i banchi solo tra una settimana o due.

Cosa possiamo fare? Ovviamente evitare affollamenti (assembramenti è una parola che colpevolizza e spiega di meno). Dunque no alle discoteche, grandissima prudenza negli stadi, oculatezza al bar e ai ristoranti. Attenzione particolare agli anziani. Tutto questo e altro ancora tocca a noi cittadini. Ma c’è qualcosa che tocca anche alle autorità politiche: occorre aumentare il numero dei tamponi. Passando dagli attuali 100.000 al giorno ai 300.000 del Regno Unito. Non (non solo) per avere statistiche più precise, ma per avere la possibilità di individuare i contagiati 8soprattutto quelli asintomatici) e tracciare i loro contatti. Questo è lo strumento migliore per rallentare il treno d’onde dei contagi.

Dunque niente panico, non parliamo (non ancora almeno) di impennata autunnale dell’epidemia e molta azione fattiva. Possiamo farcela e senza sforzi eccessivi.