Leogrande, in viaggio per raccontare
il mondo dalla parte giusta

Quando mi guardavo intorno in cerca di figure che, nella mia generazione, avessero lo spessore umano e intellettuale dei veri maestri, trovavo lui. Nello stesso mondo culturale che ora giustamente lo piange, era un’eccezione. Per la serietà, la dedizione; un rigore che, nel lavoro e nel rapporto con gli altri, non aveva alcunché di spigoloso. Aperto, sempre, invece: in ascolto. Con un sorriso che non era mai ghigno. Il suo impegno quotidiano – mentale e fisico: treni su treni, era continuamente in viaggio, per vedere, per parlare del mondo -, questo impegno non aveva niente di ideologico. Era etico. Splendidamente etico.
Alessandro Leogrande, scomparso ieri improvvisamente a quarant’anni, era la smentita quotidiana alla deriva cinica di gran parte dei suoi coetanei (e di parecchi padri). Era la dimostrazione, nella palude del cazzeggio perenne e del disimpegno esibito come valore, che si può fare un lavoro serio con le parole. Era, con i suoi reportage, le sue inchieste, i suoi libri, l’antidoto alla tentazione della retorica; disinnescava i luoghi comuni costringendoti a prendere sul serio le persone, le loro storie, la realtà. Se cercava risposte, le cercava andando a vedere, camminando dentro i fatti, i luoghi, le convinzioni. “Un bel giorno percepisci la somma ingiustizia” scrive, quasi lasciandoselo scappare dalla penna, nell’importante libro del 2015, “La frontiera”. Quel tu, che pare impersonale, è segno di uno sforzo di immedesimazione nella storia che ha raccolto. Ma quel tu c’entrava con lui intimamente.

Con la sua capacità di percepire la somma ingiustizia, ovunque essa si manifestasse. Molti di noi, che lavoriamo in mezzo ai libri, l’hanno anche solo sfiorato: a un festival, a una conferenza; nemmeno me le ricordo più tutte le volte che ci siamo incrociati.

L’inaccettabile della sua morte, a quarant’anni, viene perfino amplificato dalla nostra inadeguatezza – inadeguatezza a essere come lui, anche solo un po’ come lui. E non c’è niente di enfatico, né di luttuosamente eccessivo in quello che dico. È che la lezione del suo sguardo e della sua attenzione autentica è una delle lezioni più impegnative per me, suo coetaneo, e per chi avrebbe potuto essergli padre. La lezione non è impegnativa solo per i temi che ha toccato – il caporalato, le schiavitù contemporanee, le contraddizioni storiche e sociali della città in cui era nato, Taranto, le rotte dei migranti e la tragedia di ogni frontiera che diventa un muro, le nuove forme di cittadinanza, il lavoro. No, la sua lezione è impegnativa per il modo in cui si è manifestata. Per la sua coerenza, la sua trasparenza. Per come alzava, con la sua ostinazione, l’asticella per tutti gli altri.