Leggere per piacere, fuori dall’ordine
e dentro la vita. Il libro di Montesano

Alle volte è necessario ritornare da capo, riannodare i fili e, se non ripercorrere, per lo meno buttare un occhio alle spalle, verso l’impronta dei propri passi. E spesso questo è l’unico modo utile per capire non solo dove si sta andando, ma anche dove si vuole o meglio, dove si vorrebbe andare. Ritrovare le tracce di un percorso è anche un bisogno di alfabetizzazione, tanto più utile in un’epoca che cataloga il Novecento come una scatola chiusa ed ordinata e che vive in una frenesia compulsiva in cui il senso è l’agente da evitare ad ogni costo, in quanto non più generatore di cambiamento, ma di ansia, preoccupazioni e opprimenti pensieri.

In tal senso, risulta più didascalico che intellettuale l’esperimento di Julian Rosefeldt che con Manifesto mette in bocca ad un’eccezionale Cate Blanchet i principali manifesti culturali e artistici del nostro tempo. Non un film che fa della rivoluzione il suo contenuto, ma che prova, dichiarandone i principi, a rappresentarla nelle sue origini o meglio nelle sue impellenti necessità. Girato in undici giorni e con un budget ridotto ai minimi termini, Manifesto rappresenta uno spazio contemporaneo in cui la sovrapposizione di temi e ambienti, stili e voci, azioni e performance, possono risultare totalmente ininfluenti se privati della densità data dall’urgenza del dire, dall’obbligo di una vitalità che non può accettare nessun compromesso con l’ansia e con la paura di un banale contesto, banale qualunque esso sia. Le parole pronunciate da Cate Blanchet divengono così stridenti rispetto a uno stile, ma pure fortemente performative, recuperando pur nella dichiarazione una forma contenutistica inedita che ridà a quelle parole nuovo senso e forza.

Un discorso simile e per certi versi più seducente viene attivato da Giuseppe Montesano con un piccolo libro, Come diventare vivi (Bompiani) che segue l’imponente Lettori selvaggi (Giunti) del 2016. In questo piccolo saggio – un vero e proprio vademecum, come recita il sottotitolo – Montesano prova a ridefinire i contorni della necessità di leggere in maniera selvaggia, libera da compromessi o indicazioni, da mode o impegni. Montesano dimostra pagina dopo pagina come la lettura vada intesa come grado di intensità o se vogliamo di densità, prima ancora che come quantità o velocità. Non è cosa o quanto si legge, ma come si legge; sia come si raggiunge un libro, sia come lo si attraversa facendo di quelle pagine e di quelle parole, di volta in volta, un bisogno assoluto.

Il paradigma del lettore selvaggio diviene così utile per districarsi da un tempo fintamente impegnato in cui a una continua sovrapposizione di stili e a una parallela assenza di forme si impone l’organizzazione, la regola quasi aurea del ritorno all’ordine. Montesano scardina con facilità la fittizia efficienza del multitasking e l’obbligo della connessione perenne per dimostrare non solo quanto sia più efficace una lettura in profondità, ma anche quanto sia facile perderne il significato.

Saper leggere è infatti ormai una pratica che rischia l’estinzione non tanto della lettura, ma di una società relazionale, che sappia cioè riconoscere di volta in volta il valore delle parole per come sono scritte e dunque anche per come vengono eventualmente pronunciate. L’assenza di profondità riduce ogni dialogo e ogni scritto a una forma di piatto conformismo in cui l’utilità inutile dell’informazione prevale su ogni altra sensazione, prima fra tutti il godimento come forma di primaria conoscenza abbandonato in nome del moralismo della superficie.

Montesano non scrive un manuale d’istruzioni e tanto meno tende a una forma pedagogica della lettura, ma prova, con esempi che divengono essi stessi forme di lettura, a riproporre un’erotica della lettura come elemento primario di conoscenza. La lettura dunque come il tatto, come lo sguardo, come forma ribelle, volitiva e politica di conoscenza. Come diventare vivi può essere letto anche come una sorta di romanzo di formazione per chi non voglia rimanere imbrigliato in un infinito presente fatto solo della presunta e falsa urgenza dell’attualità, in cui la vita digitale si conforma di giorno in giorno. La vita prende dunque il suo avvio dalla pagina di un libro che se letta per davvero ha la forza vitale di uno scambio tra amici, di un tempo libero, amoroso e incantato insieme. Quindi la lettura come forma di riconoscimento non di uno stile, ma di una forma di vita in cui le premesse non hanno finalità se non nella libertà di scelta e di gusti.

Il Novecento è stato archiviato, ma è anche dalla messa in disordine di quell’archivio che è possibile riprendere il passo verso uno spazio d’azione umanissimo e solidale in cui il piacere non si distingue dalle pratiche quotidiane e in cui il manifesto si fa poetica, e la lettura – anche la più solitaria – diviene scambio attivo con il mondo e le sue possibili vite.