Legge elettorale,
ora si ricomincia

Se va bene da lunedì ricomincia la litania sulla legge elettorale. Se va bene: nel senso che la coalizione di centrodestra, data in vantaggio negli ultimi sondaggi disponibili, non ottenga la maggioranza necessaria per governare. Allora si riaprirà la partita delle regole del gioco. Con un governo istituzionale, un governo di scopo, o magari con l’ultimo governo di questa legislatura, si riprenderà a trattare per il varo di una legge elettorale che consenta un esito più chiaro dopo una nuova consultazione. Ovvero una legge che consenta a chi ha vinto di governare.

Le premesse, in verità, sono alquanto fragili. Silvio Berlusconi, leader – a meno di sorprese dalle urne – del partito più forte del centrodestra, ha già detto che in caso di una mancata maggioranza assoluta si tornerà a votare con l’attuale legge elettorale, il Rosatellum. Ma quello che si dice oggi vale poco o nulla, le vere intenzioni saranno chiare solo dopo il 4 marzo. Anche perché per l’anziano ex premier sarebbe forte la tentazione di trascinare la nuova legislatura per un annetto buono, in modo da finire di scontare l’interdizione sancita dalla legge Severino, e ripresentarsi alle urne nel 2019 come il legittimo leader del centrodestra: all’età di 83 anni! E anche i 5 Stelle – nella versione Di Maio – appaiono sempre meno propensi a tirarsi fuori dai giochi e avrebbero comunque tutto da guadagnare da una nuova legge elettorale che non li penalizzi come quella attuale.

Il punto è: ma quale legge elettorale? Non è bastata un’intera legislatura a produrre qualcosa di meglio del Rosatellum, che persino i suoi ideatori ora non nascondono, con qualche imbarazzo, di voler cambiare. Il Rosatellum costituisce infatti un ibrido tra proporzionale e maggioritario (molto più proporzionale che maggioritario), tra coalizioni e liste, e non consente un esito chiaro e definitivo: a meno di una clamorosa smentita da parte degli elettori il 4 marzo. Ma cambiarlo non sarà semplice. Da decenni si scontrano infatti diverse scuole di pensiero politico e costituzionale, nel nostro Paese. Con al centro il solito dilemma: maggioritario o proporzionale? Banalizzando: chi invoca la governabilità opta per il primo sistema, chi ritiene prioritaria la rappresentanza insiste sul secondo. Ma in fondo si tratta di una semplificazione assai rischiosa: i due sistemi maggioritari (o prevalentemente maggioritari) fin qui adottati negli ultimi 25 anni, il Mattarellum e il Porcellum, hanno prodotto instabilità e crisi quasi allo stesso modo del proporzionale puro nei 50 anni precedenti. La verità è che in un sistema tripolare come è il nostro, dopo l’irruzione dei 5 Stelle, diventa inevitabile che la partita per il governo si giochi in Parlamento non meno che nelle urne.

Per il centrosinistra sarebbe meglio attrezzarsi con la politica, dunque, e con le idee. E magari superare divisioni, rancori, incomprensioni, per ritrovare una unita d’azione che possa renderlo competitivo in un nuovo passaggio alle urne anche con questa legge elettorale. Deve essere chiaro infatti che non basterà cambiare le regole del gioco per produrre un risultato più chiaro. Anche perché, se addirittura con una pronuncia di incostituzionalità sono occorsi quattro anni per mandare in soffitta il Porcellum, chi potrebbe pensare a tempi più rapidi per superare il Rosatellum?

Ma c’è da scommettere che da lunedì sarà questo il leit motiv del dibattito post elettorale. Sempre che il centrodestra non faccia bingo. Allora la nostra democrazia avrà ben altri problemi, dalla xenofobia ai conti pubblici. E finiremo col rimpiangere l’eterna litania sui sistemi elettorali…