Politiche di sviluppo
serve un segnale forte

La lenta ripresa dell’economia e le consuete schermaglie con l’Europa sulla tenuta dei conti pubblici accompagnano l’Italia verso le elezioni della prossima primavera. A circa cinque mesi dal voto il Paese si presenta con la nota positiva di una crescita del Pil di circa l’1,5% quest’anno, che secondo il governo dovrebbe ripetersi anche nel 2018 e nel 2019 mentre la Commissione Ue è molto meno ottimista e prevede un netto rallentamento (1,3 e 1%), in un contesto economico che presenta però gli stessi problemi, si potrebbe dire le stesse emergenze, degli ultimi anni.

Gli ultimi dati sulla disoccupazione (11%) indicano che il processo di miglioramento del mercato del lavoro si è fermato o almeno rallentato, mentre i giovani continuano a essere i più penalizzati. Il debito pubblico resta su livelli record e gli effetti positivi del quantitative easing della Bce sono destinati ad affievolirsi proprio mentre qualche hooligan della politica pensa di strumentalizzare la commissione d’inchiesta sulla crisi bancarie per coinvolgere Mario Draghi, presidente della Bce ed ex governatore della Banca d’Italia.

Bruxelles, che presenterà il 22 novembre prossimo la pagella sui conti italiani, ha già fatto sapere che c’è il rischio di una manovra-bis perché gli obiettivi del deficit e del debito sono lontani.
Naturalmente, in nome di un’ipocrisia che domina la dialettica tra Ue e governi, è probabile che la Commissione non intervenga con un voto negativo perché potrebbe influenzare la campagna elettorale. Ci sarà la solita raccomandazione e tutto sarà rinviato al prossimo governo: un’eventuale manovra correttiva toccherà al successore di Gentiloni, alla maggioranza che uscirà – se uscirà, dalle urne. Possiamo immaginare le colorite reazioni di un nuovo esecutivo, magari sostenuto da Berlusconi, Salvini o Di Maio, costretto da Bruxelles a un intervento di emergenza per tutelare il bilancio pubblico. Per la verità anche le reazioni del leader del Pd, Matteo Renzi, alle osservazioni Ue non sono state in passato molto diverse da quelle dei più rissosi populisti.

Il problema enorme per il nostro Paese è che le dimensioni del debito restringono i margini per politiche di sviluppo che, ovviamente, avrebbero bisogno di una spinta politica solida e coerente come condizione preliminare. La ripresina suscita reazioni positive e va apprezzata ma non basta e, numeri alla mano, l’Europa ci ricorda che il nostro tasso di crescita resta in coda al Vecchio Continente. La nuova legge di Stabilità è pressochè inutile se si guarda ai disoccupati, alle povertà, allo sviluppo. L’80% delle risorse è destinato a sterilizzare l’aumento dell’Iva, restano poi le briciole che si disperdono in mille rivoli. Marginali sono le risorse per l’occupazione e la decontribuzione per l’assunzione dei giovani al Sud appare una misura insufficiente. Nonostante la retorica trionfante del milione di nuovi occupati creati dal Jobs Act, mancano almeno 300-400mila posti di lavoro persi negli anni della crisi. Non ci sono fondi adeguati per tagliare i ticket della sanità, per rinviare l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, per politiche più forti di lotta alle nuove povertà.

Non si può nemmeno accusare il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan di scarso coraggio: assieme a Gentiloni fa quello che può, non rischia con una maggioranza così debole e incerta, prova a stabilizzare il quadro di finanza pubblica sperando che una possibile accelerazione della ripresa economica ci dia una mano. Dietro l’angolo, è bene saperlo, se vincesse Berlusconi con le sue ultime proposte uguali a quelle di vent’anni fa (via le tasse sulla casa, flat tax…) ci aspetta una nuova crisi finanziaria, lo spread a livelli record, famiglie in ulteriore difficoltà. A sinistra, per ora, ci si limita a litigare e a dividersi. Non si vede ancora uno straccio di programma, un pugno di proposte di politica economica, o di ipotesi almeno, finalizzate allo sviluppo, all’occupazione, alla redistribuzione, all’istruzione.

Ci vorrebbe almeno un segnale, un messaggio autorevole capace di raccogliere consensi e di mobilitare gli elettori. Le politiche di sinistra si vedono, si sentono, fanno strada. All’inizio degli anni ‘80 il socialista Francois Mitterand inaugurò il suo primo mandato alla presidenza della repubblica francese con due provvedimenti. Il ministro della Giustizia Robert Badinter abolì la pena di morte nonostante la maggioranza dell’opinione pubblica fosse contraria. Mitterand, poi, impose la “patrimoniale di solidarietà” per sistemare il bilancio dello Stato e fronteggiare la crisi economica. Rivinse le elezioni.

Se il Pd arrivasse al voto con l’approvazione di una legge di civiltà come lo Ius Soli e la proposta di una patrimoniale, come quella che in America chiedono i miliardari Warren Buffett e Bill Gates, per creare un fondo pubblico per lo sviluppo e l’occupazione non avrebbe più possibilità di vincere le elezioni e di attirare i satelliti ribelli che si muovono attorno?