Lega e M5s, a braccetto sulla pelle dei migranti

Facile fare dello spirito sul Contratto per il governo del cambiamento, con tanto di firma autenticata dal notaio, come se nessuno conoscesse Salvini e Di Maio. Ma c’è poco da ridere.
La democrazia notarile che darà vita al governo più a destra da Tambroni a oggi ha molti punti di frizione ma su uno registra grande concordanza, non a caso è uno dei più articolati. L’immigrazione, brand salviniano che usa come una clava toni  razzisti e quasi nazisti, viene accolta senza colpo ferire dal Cinque stelle, che difendono il sedile da premier del loro frontman e il cosiddetto reddito di cittadinanza. Uno scambio possibile, evidentemente.
L’operatore di un progetto pilota che si occupa di migranti, uno di sinistra,  diceva qualche giorno fa: sarebbe meglio lo facessero, questo governo. Almeno non avremmo un’altra campagna elettorale contro gli stranieri che porterebbe a una ulteriore crescita dei razzismi. Forse ha ragione, ma se è scomodo saltare nella brace, anche stare nella padella non è bello. Proviamo a vedere cosa c’è sull’immigrazione in questo Contratto.

Foto di Ella Baffoni

L’impegno più surreale è quello di immaginare richieste di asilo che partano direttamente dai paesi da cui il perseguitato fugge. Testualmente: “La valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale deve avvenire nei Paesi di origine o di transito, col supporto delle Agenzie europee, in strutture che garantiscano la piena tutela dei diritti umani”. Ma se qualcuno è perseguitato nel suo paese di origine – per motivi politici, religiosi, di preferenza sessuale o altro – può quel paese garantirgli la piena tutela dei diritti umani? Se una persona rischia la vita in Kenia, potrà fare domanda di asilo in Somalia, paese di transito, dove non ci sono nemmeno le ambasciate, altro che Agenzie europee? Oppure si pensa di installare Agenzie ad hoc in tutti i paesi del mondo, onde garantire la ricezione – e l’accoglienza, subito dopo – di chi fa domanda di asilo? Domande retoriche, più probabilmente il dispositivo sembra orientato ad annullare direttamente il diritto di asilo. Un istituto di civiltà mandato a ramengo. Sarebbe come dire che sotto il fascismo gli ebrei italiani avrebbero dovuto presentare le domande di asilo per andare in Francia o negli Stati uniti direttamente nelle questure fasciste. Guadagnandosi un biglietto Frecciarossa per i forni crematori.
Un infortunio? Forse. Andiamo avanti.

Da “Lettere dal Cie” di Mario Badagliacca

Andiamo sui “centri di permanenza temporanea ai fini del rimpatrio”, un altro modo per dire Cie, destinati a tutti gli immigrati con il permesso irregolare o in attesa di risposta per l’asilo, 500.000 persone. Delle galere, in sostanza, in cui rinchiudere chi non ha commesso alcun reato, se non quello di esistere e di venire da paesi con seri problemi. E poi, per scremare ed espellere ancora, bisogna trovare dei reati per cui divenga automatico il decreto di espulsione. Ed eccone subito uno: per i migranti che occuoano case, espulsione subito. Non è un reato penale, occupare case, per gli italiani. Per i migranti sarà comunque un rischio: scegliere se abitare sotto un ponte – almeno finché qualcuno penserà anche a rendere possibile l’espulsione per chi chiede la carità o dorme all’addiaccio – o infilarsi in un edificio abbandonato. La povertà non è un crimine, ma essere poveri sì.
Non basta. Visto che i centri di accoglienza, a volte, sono appetiti da strutture mafiose, “è necessario dare trasparenza alla gestione dei fondi pubblici destinati al sistema di accoglienza, così da eliminare l’infiltrazione della criminalità organizzata. Occorre introdurre l’obbligo di pubblicità dei bilanci dei soggetti gestori per assicurare verifiche puntuali sulla rendicontazione dei servizi e dei beni erogati, sulle spese sostenute e sui risultati conseguiti. Si deve superare l’attuale sistema di affidamento a privati dei centri e puntare ad un maggiore coinvolgimento delle istituzioni pubbliche, a cominciare da quelle territoriali, affidando la gestione dei centri stessi alle Regioni e prevedendo misure che dispongano l’acquisizione del preventivo assenso degli enti locali coinvolti, quale condizione necessaria per la loro istituzione”. Ecco fatto.

A parte che andrebbe dimostrato che basti la pubblicità dei bilanci per sconfiggere la mafia, in Sicilia e in Calabria e in Lombardia ne sanno qualcosa, qualunque persona informata dei fatti sa che la rendicontazione preventiva e al dettaglio è la maledizione di qualsiasi attività del privato sociale, anche di chi ha appalti direttamente dai comuni. E voglio vederli poi tutti questi comuni chiamati a dichiarare il loro assenso preventivo per un centro che accoglie 20 ragazzi ma scavalcati completamente quando si tratti di costruire e gestire i Centri di permanenza temporanea, centinaia di persone detenute e giustamente arrabbiate che vi si avvicendano. Sarò io che non capisco, ma forse è il bello della democrazia diretta via notaio.

Foto di Ella Baffoni

Ci sarà anche un Fondo rimpatri, ci informano i due contraenti, in cui confluiranno parte dei fondi oggi destinati all’accoglienza (quindi ci sarà meno accoglienza). E visto che il reddito di cittadinanza drenerà probabilmente i soldi per l’assistenza sociale e sanitaria degli italiani, meglio stringere i cordoni della borsa anche per gli immigrati. Più severità nei ricongiungimenti familiari – come se avere una famiglia fosse un valore solo per gli italiani, e non aiutasse l’integrazione – meno sussidi sociali, le banlieux di Parigi sono già dimenticate.
A chi interessa la libertà di culto? Forse al Papa, certo non a noi cristiani. Chiudere d’autorità moschee autogestite e locali senza autorizzazione, diventa vietato pregare in luoghi che non siano moschee regolari, che si sappia chi le finanzia. Prediche in italiano, mi raccomando, che i fedeli non le capiscano affatto.  E’ dunque indispensabile una legge quadro sulle moschee che preveda “anche la consultazione popolare preventiva tramite un referendum consultivo comunale”.
Ciliegina su questa torta preparata da cuochi sopraffini, gli asili nido. I cuccioli d’uomo, almeno loro, sono tutti uguali? Macchè. Sul welfare un comma del Contratto prevedeva il “sostegno del servizio di asili nido nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane e straniere residenti in Italia da almeno 5 anni”. Le ultime nove parole, c’era da scommetterci, sono saltate. Mica perché sono razzisti, eh? Cuccioli o non cuccioli, prima gli italiani.