Lega-Cinquestelle:
veleni e confusione verso il voto di maggio

Quanto durerà il patto di governo Lega-5 Stelle? Su questo interrogativo si disegnano tutti gli scenari futuri della politica italiana. Ben pochi ormai scommettono su tempi medio-lunghi, la maggior parte degli analisti  indicano nel maggio prossimo, con le elezioni per il Parlamento europeo, la data limite per l’apertura di una crisi.

Indubbiamente le incrinature e le insofferenze reciproche nella maggioranza populista-xenofoba sono ogni giorno sempre più evidenti: dalle misure economiche alle opere pubbliche fino alla giustizia. L’unico fronte sul quale il patto sembra tenere senza scossoni è quello “esterno”: la campagna ossessiva contro l’Europa ha valso ai giallo-verdi le simpatie dell’amministrazione Usa e del Cremlino. Trump, innanzitutto: chissà cosa gli avrà promesso il premier Conte per veder inserita l’Italia tra i Paesi che possono continuare a fare affari con l’Iran senza incappare nelle sanzioni americane. Del resto su questo punto il suo vice (?)  Di Maio è stato esplicito: l’Italia si ispira alla politica del presidente americano e si candida a fare da apripista nella Ue. In una parola, scassare l’Unione, renderla più debole e subalterna.

Ma per il resto tra leghisti e grillini  le distanze appaiono sempre maggiori, nonostante il cosidetto “contratto”. Ed è difficile prevedere quanto il governo Salvini-Di Maio riuscirà a reggere ai prossimi violenti urti. A cominciare dalla procedura che la Commissione Ue aprirà nei prossimi giorni contro l’Italia, sanzionando una manovra che aumenta deficit e debito e non aiuta certo – nonostante i proclami di Conte – la crescita della nostra economia. L’impressione è che questo irrigidimento sul deficit al 2,4 per cento riguardi, almeno nella sostanza, soprattutto i 5 Stelle. Ovviamente non sarà certo Salvini – autoproclamatosi leader del sovranismo anti-europeo – a innestare la retromarcia, ci mancherebbe. Ma sul merito dei provvedimenti il vicepremier leghista si è mostrato assai più pragmatico del suo omologo pentastellato. La cosidetta quota 100 sulle pensioni è stata attorniata da una serie di paletti che non renderanno così conveniente l’uscita anticipata dal lavoro. Così come la flat tax sulle partite Iva fino a 65 mila euro non avrà costi insostenibili. Sono per lo più misure buone per la propaganda elettorale del Carroccio, così come il decreto sicurezza che – al netto della disumanità delle norme contro gli immigrati – non produrrà rimpatri più numerosi di quelli attuali.

E’ invece Di Maio che si gioca tutto sul provvedimento più oneroso della manovra di bilancio: il reddito di cittadinanza. Per questo i 5 Stelle non possono concedere alcun margine alla trattativa di Tria con i commissari Ue sul deficit al 2,4 per cento. Ma se è così, è ancora più sconcertante l’impreparazione e la vaghezza con cui i grillini hanno costruito la misura simbolo di questa (e della precedente) campagna elettorale. Nel definirla di difficile applicazione, in fondo, il numero due della Lega Giorgetti è stato persino moderato. Possibile che in anni e anni il partito di Grillo non abbia messo a punto un progetto concreto oltre gli slogan? Possibile che i diversi esperti consultati non siano riusciti a individuare il percorso e gli strumenti più adatti? A tutt’oggi si ignorano la platea, l’ammontare e soprattutto i meccanismi concreti del provvedimento. E su questa confusione fa leva abilmente l’alleato leghista per mettere sempre più all’angolo Di Maio e soci. Fino a che punto? Difficile fare una previsione, ma evidentemente la corda si è molto assottigliata. Metteci poi lo scontro sulla prescrizione e quello che si aprirà inevitabilmente sulla Tav. Per quanto ogni giorno sfoderi (vacuo) ottimismo, a questo punto il premier Conte rischia seriamente di arrivare parecchio ammaccato, col suo esecutivo,  al voto di maggio.