L’educazione sentimentale di una generazione

“Devo scappare all’Università, me li distribuisci te?” Quella mattina il figiciotto mi lasciò in mano un pacco di volantini da diffondere agli studenti dell’Istituto tecnico commerciale Marchi di Pescia (Pt). E così, senza rendermene conto, in quel momento diventai un militante della Federazione giovanile comunista. Fu un battesimo informale, la tessera della Fgci arriverà più tardi.

Il mio primo articolo

Era il 1975 e vedevo manifestazioni studentesche a non finire, con cortei che spesso terminavano con un’assemblea nella saletta ex-Pretura in Piazza Mazzini. Anche la mia scuola era coinvolta in quel tourbillon e qualche tempo dopo gli studenti riuniti nella palestra decisero un’occupazione sulla quale mi fu chiesto di scrivere un articolo per il giornaletto ciclostilato della locale Fgci.

Letto da qualche parente, che mi voleva bene ma politicamente non stava da questa parte, quell’articolo procurò bonari rimbrotti al mio incolpevole e buonissimo babbo, mentre la mamma espresse una materna preoccupazione: “L’idea (intesa come parte politica) è giusta, ma stanno accadendo brutte cose…”.

Infatti accadevano fatti tremendi: si moriva nelle stragi e negli scontri di piazza. Di quella primavera mi rimangono impressi alcuni nomi: Varalli e Zibecchi, uccisi a Milano, Boschi, ucciso a Firenze, Micciché, ucciso a Torino. E in soli due giorni di aprile!

Speranze e tragedie

In quel clima che mischiava speranze e tragedie si arrivò alle elezioni amministrative del 1975, quelle della “Esaltante avanzata del Partito Comunista”, come titolò l’Unità, nelle grandi città come nei piccoli comuni.

Ancora senza tessera, ma coinvolto nelle riunioni della Fgci, un pomeriggio di giugno entrai in sezione e salii quei due o tre gradini che portavano ad una stanza. Era la zona motori di quella nave. C’erano tavoli, sedie, ciclostile, manifesti affissi alle pareti, libri negli scaffali e una montagna di carta; lì si ragionava e si organizzava la campagna elettorale. “Vorrei fare qualcosa per le elezioni…” dissi ai presenti. “Bene compagno, c’è il lavoro capillare”, rispose un signore di una certa età che poi scoprii essere un Senatore della Repubblica.

Le elezioni e la prima tessera

Il tempo di chiedermi cosa fosse il lavoro capillare ed arrivò subito la risposta: “Vedi quelle sporte già pronte, c’è da consegnare il materiale nelle vie a, b e c, dopo aver suonato il campanello ed essersi presentati”. Era il porta a porta per distribuire il “panino” che conteneva un depliant, qualche volantino e l’immancabile fac-simile. Così partecipai alla “esaltante avanzata” e più in là presi la prima tessera della Fgci a S.Lucia dove abitavo.

Comiso, Lioni, le feste dell’Unità

Il resto è come quei fogli dei vecchi calendari che si staccavano giorno dopo giorno. Volano via quei fogli, al vento della memoria: la sezione Gramsci di Arezzo, il terzo piano della Federazione in Piazza S.Agostino, Comiso e la pace, Lioni e il terremoto, le gioiose feste de l’Unità e il dolore per la morte di Enrico Berlinguer, le tante riunioni nelle sezioni di partito in paesi della provincia conosciuti di notte, le asprezze della “svolta” non condivisa, l’emergere di individualismi e carrierismi fino ad allora tenuti a freno, l’io al posto del noi.

E via via quei fogli ricordano incarichi non cercati, che ogni volta arrivavano perché devi prendere il testimone, tappare una falla, assumere una responsabilità che ti chiede il Partito, restituire qualcosa che hai ricevuto in quanto funzionario. Tutte cose di una militanza come mille altre, singolari e comuni, come quelle che si ritrovano nel bel libro “Care compagne e cari compagni” di Strisciarossa e nello straordinario e poco conosciuto docu-film “Il fare politica. Cronaca dalla Toscana rossa” di Hugues Le Paige, reperibile in rete.

Ci mancano identità, solidarietà, socialità

Storie di una comunità umana e politica, qual è stato il popolo del Pci, che non ha avuto eguali e che ha fatto la storia del nostro Paese, anche se oggi, nel centenario, torvi becchini vorrebbero far credere che sia stato tutto un fallimento. Oggi, senza alcuna tessera in tasca, penso che quell’irriproducibile esperienza lascia tre dimensioni da reinventare. L’identità, perché – come si è visto nella triste parabola della sinistra – nessun partito funziona senza un corpo di forti e distinguibili valori; la formazione, perché l’indecoroso spettacolo politico odierno ci presenta improvvisatori, carrieristi e cialtroni; la solidarietà e la socialità, perché nell’era di internet, di nuove solitudini, di vecchie e nuove ingiustizie c’è bisogno di comunità, aperte e cosmopolite, sempre dalla parte degli umili, dei senza voce-forza-potere (“sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”, direbbe il cantautore).

Alla fine di queste righe credo che quella comunità umana e politica per migliaia di giovani sia stato anche il luogo di una “educazione sentimentale alla vita”, un posto dove non eri mai solo e si assaporava una felicità pubblica. Anche per questo mi considero un uomo fortunato e scherzo pensando che nella vita ho avuto tre doni. Due sono personali e privati, uno è pubblico e collettivo ed è questo che ho raccontato.