L’editore fascista getta
nella bufera
il Salone del Libro

Avrei potuto serenamente ignorare il libro di Matteo Salvini (con prefazione di Maurizio Belpietro), “intervista allo specchio” (questo il sottotitolo) a cura di Chiara Giannini , giornalista del “Giornale”, che ama presentarsi come inviata di guerra con l’elmetto in testa, senza mitra a tracolla  però, al contrario del suo intervistato. Purtroppo anche a me come a molti altri è toccata la ventura di incappare nella polemica suscitata dalla pubblicazione del testo da parte di una casa editrice assai vicina a Casa Pound, il cui direttore, Francesco Polacchi, sostiene che l’antifascismo è “il vero male dell’Italia” e nel cui catalogo compaiono libri e riviste che puzzano di fascismo o di neofascismo o di nostalgie per il fascismo. Si può scegliere tra “Almirante, l’italiano d’Italia”, “L’ultimo poeta armato. Alessandro Pavolini”, “White guilt. Il razzismo contro i bianchi al tempo della società multietnica”, “Roberto Farinacci”, “1919. L’alba della rivoluzione fascista”, “Proscritti. Intellettuali marginalizzati ed eroi proibiti della Destra italiana”, altri titoli dedicati a D’Annunzio, Celine, Ezra Pound, il periodico “Primato nazionale”, eccetera eccetera. Citerò infine, tra molti altri, “Riprendersi tutto. Le parole di Casa Pound per una rivoluzione in atto”, non solo a testimonianza della affinità tra Altaforte e i neofascisti occupanti abusivi a Roma, ma anche per alcune righe che ho letto dell’introduzione, introduzione riprodotta nel sito della casa editrice a mo’ di presentazione. Eccole: “Quello che contraddistingue Cpi dalle altre formazioni è un dato di lucidità generale, cui corrisponde una progressiva presa di coscienza che l’Autore ben coglie quando descrive nel movimento una visione affermativa, conquistatrice di tempo e di spazio a fronte di una reazione puramente reattiva (reazionaria), che continuandosi a considerarsi come arrocata e difensiva, finisce per essere residuale. Questo radicale cambio di ottica, il passaggio da una visione difensiva, di rimessa, ad una totalmente affermativa, è centrale per capire la differenza di Casa Pound, per individuarne la radice del successo, del fascino e del potere attrattivo, è la chiave con cui interpretarne lo spirito”. Scuoto la testa, perplesso. Un arzigogolo italianeggiante per chiarire: noi meniamo le mani. Non mi avventuro in altri giudizi. Mi permetto di non leggere Altaforte. Non so quanto abbia letto di Altaforte neppure il nostro ministro degli Interni. Il quale, interrogato circa il motivo della sua scelta (quando altre case editrici, ad esempio Mondadori, mai gli avrebbero negato la pubblicazione), ha risposto semplicemente, più o meno: “Non so. Ha fatto tutto la giornalista”. Il ministro degli Interni non sa. Ma come si fa cadere in Altaforte, se non si sa, se non si conosce, se non si sceglie Altaforte. Se non si considera anche questa un’occasione per guadagnare simpatie in certi ambienti, per “sdoganare” i neofascisti conquistando alleati, senza guardare in faccia alla natura degli alleati.

Credo che in altre circostanze, aggirandomi tra gli infiniti stand del Salone di Torino, difficilmente mi sarei accorto dell’esistenza di Altaforte e se me ne fossi accorto me ne sarei andato via dopo aver sfogliato qualcuno di quei libri, aver alzato le spalle e pronunciato un’ovvia sentenza riassumibile in due sole parole: “poveri fascisti”. Certo, scoprendo il faccione di Salvini, tra la “Mistica fascista” e il “Diario di uno squadrista toscano”, qualche curiosità in più  mi sarebbe venuta naturale. Con ingenuità e con generosità mi sarei chiesto: che ci fa qui in mezzo il Matteo leghista, erede di Bossi, per giunta ritratto in modo tale da esaltare lo sguardo all’infinito e la mascella volitiva, alla maniera del suo illustre predecessore?

Non voglio denunciare Salvini come fascista. Il fascismo era altro e il suo capo credo avrebbe poco da spartire con il nostro ministro: forse le pose ridicole, le divise, altre pagliacciate, gli slogan (uno con le ruspe, l’altro con la spada che difende i solchi), comparsate buffonesche (Mussolini guerriero sul cavallo bianco, il nostro pochi giorni fa in Ungheria a scrutare con fiero piglio e con il cannocchiale i reticolati all’orizzonte). Considero Salvini un banale opportunista più che un fascista, un furbetto senza principi, senza valori, un ministro nullafacente a caccia di consenso per confermare il proprio potere, a colpi di slogan (brutti, Mussolini si serviva di D’Annunzio), per diffondere la paura come un veleno sociale acchiappavoti. Come giudicare uno che definisce il 25 Aprile “derby tra comunisti e fascisti” (un fascista autentico non lo penserebbe mai).  Durerà Salvini? Forse. Ogni paese ha il capetto che si merita.

Quanto al Salone di Torino, mi verrebbe voglia di riprendere in mano “Cuore “ e il suo “Ecchissenefrega” (che riecheggia il fascistissimo “Me ne frego”, imperativo secondo la leggenda d’impronta dannunziana).

Invece organizzatori, direttori, scrittori mi sembra facciano il possibile per alzare il livello della tensione e quindi dell’attenzione: scrittori si ritirano per protesta, scrittori si presenteranno o presenzieranno ma sottoscrivendo documenti di protesta, il presidente degli editori Franco Levi sostiene che bisogna tutelare per tutti la libertà di partecipazione, il direttore Lagioia ammette che “la comunità del Salone” potrebbe “sentirsi offesa e ferita dalla presenza di espositori legati a gruppi o partiti politici dichiaratamente o velatamente fascisti, xenofobi, oppure presenti nel gioco democratico allo scopo di sovvertirlo”, Maurizia Rebola, direttrice del Circolo dei lettori, si domanda: “In quale modo possiamo negare il diritto ad acquistare uno spazio all’interno del Salone?”. Sì, si può, mi verrebbe da rispondere: non aprirei mai le porte di casa mia a soggetti poco raccomandabili. Avranno ben letto i signori del Salone la lista degli “acquirenti”, conosceranno la dodicesima disposizione della Costituzione (“E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista”). Cadono dalle nuvole. O forse a loro sta bene così, a loro che fanno i conti con gli spazi venduti, con il numero degli espositori, con le folle della domenica, ed è un successo se sono dieci, cento, mille in più. Lasciando fuori da un Salone, che dovrebbe ricordare Primo Levi, a cento anni dalla nascita, la cultura e le scelte difficili che la cultura impone.

P.s. Della vicenda Salvini-Altaforte si è parlato anche nel corso di una puntata del talk show condotto da Floris su La7, ospite Bersani. Pietro Senaldi, direttore di Libero, rinfacciava a Bersani il boicottaggio della sinistra nei confronti di Mondadori, quando la casa editrice di Segrate era finita nelle mani di Berlusconi. Un falso clamoroso, ma nessuno, nemmeno Bersani e nemmeno Floris, ha ricordato al direttore di Libero che mai un partito di sinistra o di centrosinistra, ex Pci o altro, aveva promosso campagne di boicottaggio nei confronti della Mondadori. Erano stati alcuni scrittori, anche grandi scrittori, ad abbandonare Mondadori. Decisioni assolutamente personali. Niente altro. Nessuno per giunta ha spiegato a Senaldi che metter di mezzo una delle più gloriose case editrici italiane per difendere Altaforte poteva risultare offensivo per la “gente” di Segrate, da Arnoldo Mondadori a Leonardo a Gian Arturo Ferrari, ma soprattutto comico per una ragione evidente di proporzioni e di storia.