Tutte le voci della radio, dall’Eiar al birignao-freeze

Chi è nato prima del 1960, più o meno, ha fatto a tempo a sentirla direttamente, quella voce: intendo la voce enfatica dell’ufficialità del regime fascista, che sopravvisse per un po’, come tante altre cose e persone. Era la voce, o meglio, l’intonazione, di Mussolini e dei gerarchi, che si riproduceva ogni giorno nei giornali radio e nei bollettini di guerra, letti soprattutto da Vittorio Cramer, il più noto degli annunciatori dell’EIAR. Cramer nel dopoguerra continuò la sua attività come doppiatore o come voce fuori campo; giustamente, per gli italiani di quell’epoca non c’era altra intonazione che potesse associarsi alla disciplina di un ufficiale in battaglia (Rommel, la volpe del deserto, 1951), annunciare l’arrivo degli alieni (La guerra dei mondi, prima versione cinematografica del 1953), magnificare il progresso scientifico ed economico in un cinegiornale, presentare un nuovo film in un “prossimamente” (oggi li chiamiamo trailer). In molti, ricordo, eravamo in grado di fare la parodia di quell’intonazione, anche quelli che non sapevano chi fosse Cramer. Era la voce di un altro tempo, e del fascismo. Quale fosse la nostra voce non lo sapevamo: lo scoprivamo con sorpresa quando ci capitava di ascoltarla registrata, per lo più attraverso un Gelosino (primi anni ’60) o un Philips a cassette (dal 1965 in poi). Ma sarà stata davvero la nostra voce? Era, comunque, diversa.

Rifletto su queste cose abbastanza spesso, sia perché ho lavorato a lungo (intermittentemente) alla radio, sia perché la voce è stata il mio strumento come musicista, sia perché insegno e ascolto le voci dei miei studenti e studentesse, e mi domando come loro ascoltino la mia. La risposta, qui, è facile: per loro la mia voce è quella di un “prof”, è una voce di una volta, come lo era per me quella di Cramer (che loro non conoscono minimamente, fra l’altro). E dire che a me sembra normale! Ma potrebbe esserlo? È, tutto sommato (se mi sono concessi i paragoni), la voce di Tenco, di Endrigo, di De André, non quella dei cantautori di oggi. È la voce dei politici che sono cresciuti negli anni ’60 e ’70, non di quelli che oggi sono considerati giovani.

Sei anni fa, quando conducevo un programma a Radio Tre, un’ascoltatrice scrisse un sms dicendo che la mia voce assomigliava a quella di Mario Monti: rimasi un po’ interdetto, ma poi risposi che se proprio la mia voce doveva assomigliare a quella di un Presidente del Consiglio, fra tutti quelli che mi venivano in mente allora (2012), Monti poteva anche andare (sempre che all’allora capo del governo potesse andare che uno con una voce simile alla sua proponesse “Casetta in Canadà” al pubblico di Radio Tre). Quindi è inutile che cerchi di apparire vicino ai miei studenti: non solo sono un “prof”, ma ho quella voce, e non la posso (né la voglio) cambiare. Potrei imitarli, questo sì. Invece che proclamare enfaticamente e inutilmente che “le truppe del maresciallo Badoglio sono entrate trionfalmente ad Addis Abeba” (i ragazzi non capirebbero la parodia), potrei dire che “oggiiii, nella lezioneeeee, vi parlerò della radio durante la guerraaaaa e nel dopoguerraaaaa, e del Festival di Sanremooooo”. Questo birignao (credo, fra l’altro, che nessuno più sappia cosa vuol dire questa parola) ormai si è infiltrato dappertutto, e dubito che chi ne è portatore se ne renda conto. È la voce “normale” dell’Italia di oggi.

Nelle radio che ascolto questa vocale finale “congelata”, che ha probabilmente la funzione dei “cioè” e degli “ehm” più o meno sessantotteschi, o dei famosi silenzi di Craxi (tutti mirati a guadagnare tempo, come gli “aman aman” dei cantanti mediorientali), si alterna a un altro potentissimo birignao, quello dei suoni aspirati della pubblicità sexy-autoritaria. Intendo quella forma di comunicazione che si basa sull’attribuzione di un valore erotico al prodotto pubblicizzato, qualunque esso sia: le scarpe comode “denthhhrohhh”, o il SUV con “conthhhrollohhh di trazio-nehhh” (e che cosa mai controllerà quel bell’omone?).

Mentre il birignao vocalico-freeze (uso il nome di un utile effetto per strumenti elettroacustici) è transgenere, il sussurro pubblicitario sexy è prevalentemente maschile, e spesso si abbina al tono dell’annunciatrice coquette-finta tonta, di solito adolescente (dove sono finite le donne adulte nell’immaginario dei pubblicitari italiani?). Così, anche se sono distratto, non mi è difficile riconoscere se sto ascoltando pubblicità o una conduzione “normale”, nell’alternanza percettivo-emotiva fra atti sessuali con motori diesel ti-di-aihhhhh e digressioni asessuate (forse) sulle vocali finali. E poi ci sono le voci sintetiche (quelle degli annunci negli aeroporti, nelle stazioni o sui mezzi) e quelle pseudosintetiche (il sempre più onnipresente Autotune nella musica da ballo elettronica). Per ora sono rudimentali.

Qualche anno fa scrissi su un quotidiano che “allontanarsi dalla linea gialla”, detto lentamente e strascicato negli annunci delle stazioni, suonava un po’ come “Battista, portami la vestaglia di seta gialla”, pronunciato da un nobilastro snob. Poco dopo l’annuncio fu cambiato, reso più svelto e urgente. Prima o poi gli daranno anche un sottinteso sexy: sarà più efficace?