Le sette verità
di Greta Thunberg e dei giovani

Chi è, davvero, Greta Thunberg? E di che pasta è fatto il movimento spontaneo che lo scorso 15 marzo ha inondato le strade di 1700 diverse città in 100 diversi paesi in tutto il mondo?

A giudicare dalle grida sguaiate di una certa destra italiana, lei, la ragazzina svedese, 16 anni appena compiuti lo scorso 3 gennaio, è un’autentica rivoluzionaria. Infatti l’hanno sommersa di insulti. Senza pudore. Con quell’aggressività che è ormai tipica della destra sovranista (delle destre sovraniste) che negli ultimi anni si è andata affermando in molti (in troppi) paesi del mondo, Europa compresa.

A causa di questa aggressione senza pudore, questa ragazzina Asperger di 16 anni merita tutta la nostra solidarietà incondizionata. Dico, di noi di sinistra e di tutte le persone equilibrate del pianeta.

Naturalmente Greta merita tutto il nostro rispetto perché è riuscita ad assumere la leadership di un movimento di giovani (e non solo di giovani) a scala globale. Chi mai c’era riuscito prima a 16 anni?

La solidarietà e l’ammirazione per la persona non definiscono, tuttavia, un giudizio politico. Chi sono, politicamente, Greta e il movimento cui di fatto ha dato vita?

Difficile dirlo con certezza. Entrambi, lei e il movimento, sono troppo giovani per poter essere caratterizzati con precisione. Tuttavia è già possibile fare alcune considerazioni.

Non è un movimento populista. Perché le rivendicazioni di Greta e del movimento intero sono poche, chiare e basate su fatti scientifici inconfutabili (checché ne dicano alcuni negazionisti sparsi in isole sempre più remote che non si sono accorti che la loro guerra contro la presa d’atto dei cambiamenti climatici è perduta). Li riassumiamo. Primo: il clima sta cambiando. Secondo: la causa di gran lunga principale del cambiamento sono le attività umane. Terzo: la temperatura media del pianeta è già aumentata di 1°C rispetto all’era preindustriale. Quarto: la gran parte della comunità scientifica esperta sostiene che è desiderabile contenere l’ulteriore aumento della temperatura entro i 2 °C e possibilmente entro gli 1,5 °C rispetto all’epoca preindustriale; pena effetti per l’appunto indesiderabili che creeranno moltissime difficoltà geofisiche, sociale ed economiche all’umanità. Quinto: non abbiamo molto tempo per realizzare l’obiettivo desiderabile di contenere la temperatura entro i 2 °C e magari entro gli 1,5°C. Dieci anni al massimo. Sesto: dobbiamo agire subito per modificare il paradigma energetico e determinare entro il 2050 il phase out completo dei combustibili fossili. Settimo: per fare tutto questo occorre modificare e non di poco il modello di crescita neoliberista.

Questo è il programma indicato da Greta e dal movimento che ha contribuito a creare. I punti sono molto concreti e anche politicamente significativi. Non sono la base di un programma populista: sono la base di un programma progressista. Anzi, di sinistra riformista. Perché è chiaro a Greta e ai suoi coetanei scesi in strada ciò che era chiaro alla Commissione indipendente delle Nazioni Unite diretta dalla leader socialdemocratica norvegese Gro Harlem Brundtland nel 1987: non c’è sostenibilità ecologica (e quindi climatica) senza una sostenibilità sociale. Senza un’equa distribuzione della ricchezza e un equo accesso alle risorse (anche naturali). Questa impostazione è stata fatta propria di recente da papa Francesco con l’enciclica Laudato si’.

Greta ha messo in moto un movimento che è (ma è meglio dire può essere) l’ossatura che rimette in piedi la più grande delle superpotenze: l’opinione pubblica mondiale. Senza il fiato sul collo dei cittadini (alleati con la comunità scientifica) i governi non riescono a uscire dallo pantano dell’inazione. Sia detto per inciso, se anche gli accordi negoziati a Parigi nel 2015 fossero integralmente rispettati, la temperatura media del pianeta salirebbe comunque, secondo gli scenari più accreditati, di almeno 3 °C: ben oltre la soglia di relativa sicurezza.

In ultimo, il movimento che è nato sulla scorta della protesta individuale di Greta – lo ricordiamo, ha iniziato di venerdì a protestare davanti alla sua scuola perché gli adulti non facevano abbastanza per assicurare ai giovani un futuro climatico desiderabile – è un movimento determinato, ma pacifico.

Ci troviamo, dunque, difronte a un movimento spontaneo che ha un programma ecologico e sociale progressista. È troppo giovane per poter dire se durerà e se saprà tenere dritta la barra. Ma noi adulti, noi di sinistra, abbiamo un dovere: aiutarlo. In concreto. Dandogli fiducia e difendendolo dagli attacchi insensati delle destre e da ogni altro tipo di pericoli. Perché per ora si muove con lucidità nella direzione di un mondo più sano e più giusto e più solidale.