Le scimmie clonate? Più simpatiche di un topo, ma nulla di nuovo

Ci risiamo. Ventidue anni dopo la nascita della pecora Dolly, la clonazione continua a generare meraviglia e/o paura. E, dunque, una (esagerata) attenzione mediatica.

È successo di nuovo con la nascita presso l’Istituto di Neuroscienze dell’Accademia delle Scienze di Shangai di Zhong Zhong e Hua Hua – dalla parola zhonghua che vuol dire “popolo cinese” – di due simpatici macachi, venuti al mondo rispettivamente otto e sei settimane fa, il cui volto e le cui capriole stanno facendo il giro del mondo. La clonazione per trasferimento di nucleo è stata realizzata da un’equipe guidata dal genetista Qiang Sun.

Merita tanta attenzione mediatica e una percezione così accentuata di meraviglia accompagnata da preoccupazione la notizia divulgata da una rivista importante della comunità biologica, Cell? Sicuramente no.

Certo, il lavoro di Qiang Sun costituisce un passo avanti nella tecnica della clonazione e, si spera, nelle conoscenze scientifiche che ne deriveranno: mai dei primati erano stati clonati con la tecnica del trasferimento di nucleo. Ma è un passo relativo. Non una ricerca breakthrough, un salto in avanti davvero significativo che spalanca a nuovi scenari di conoscenza e di applicazione della conoscenza.

Il motivo è semplice. La tecnica della clonazione con trasferimento di nucleo è ormai matura. Prima di Dolly molti animali – rane per esempio – erano già state clonate. Dolly è stato il primo di una serie ormai vastissima di mammiferi clonati con questo metodo: pecore, topi, mucche. Certo non si era ancora riusciti a clonare scimmie, per via di una certa “resistenza genetica” che i primati oppongono. In parole molto povere, alcuni geni nei primati impedivano lo sviluppo dell’embrione.

Qiang Sun e i suoi collaboratori sono riusciti a superare questo impedimento utilizzando nuclei provenienti da fibroblasti, che sono capaci di ridurre al silenzio i geni resistenti. Un bel passo avanti, da un punto di vista scientifico, ma – allo stato delle conoscenze – nulla di più.

Va detto che la tecnica è ancora largamente inefficiente: ha avuto un doppio successo su 79 tentativi. Inoltre non è la prima volta che viene clonata una scimmia: c’erano già riusciti nel 1999 presso l’Oregon National Primate Research Center , negli Stati Uniti, dove era nato Tetra, un macaco clonato, appunto, sia pure con una tecnica diversa (la fissione embrionale) e ampiamente applicata su altri mammiferi.

Ecco, se un elemento significativo c’è, in questa vicenda, è il fatto che la Cina nell’ultimo quarto di secolo e con un’accelerazione rapidissima è diventata ormai in grado di competere con gli Stati Uniti (e l’Europa) in molti settori scientifici e tecnologici di punta.

Ma torniamo al tema iniziale: ventidue anni da Dolly, dobbiamo ancora clonare (è il caso di dirlo)

La pecora Dolly con il ricercatore Ian Wilmut

meraviglia e paure per la nascita di Zhong Zhong e Hua Hua? La meraviglia nasce dal fatto che, senza dubbio, due scimmiette ci risultano molto più simpatiche e vicine a noi di decine di topolini e questo elemento di simpatia/empatia è da sempre utilizzato dai media per suscitare emozione e catturare l’attenzione dei propri lettori/ascoltatori/telespettatori. Nulla di male in tutto questo. Ma neanche nulla di nuovo.

Resta il tema della preoccupazione proposto, ancora una volta in maniera non inattesa, alcuni commentatori: clonate le scimmie si passerà all’uomo.

Certo, è forse tecnicamente possibile. Ma per ora dovremmo immaginare una sorta di laboratorio del vecchio (anche lui) dottor Stranamore impegnato a tentare di clonare decine di cellule uomo di donne per ottenere una nascita di un embrione, di cui comunque non si è sicuri della sanità a breve, medio e lungo termine.

A che pro, se non per un certo sadismo, il dottor Stranamore in salsa biologica dovrebbe fare tutto ciò? Non si capisce. Oggi ci sono altre strade – la ricerca sulle cellule staminali embrionali, l’editing genetico con la tecnica CRISPR/Cas – che offrono occasioni di studio e promesse di applicazioni pratiche ben superiori.

In definitiva, salutiamo pure con gioia e senza alcuna angoscia Zhong Zhong e Hua Hua. E, magari, per trarre beneficio dalla loro venuta al mondo, lavoriamo per creare le condizioni, anche di diritto internazionale, per evitare che qui e là nel mondo nascano pochi o tanti dottor Stranamore che, facendo leva non sulla paura ma sulla speranza ingenua, possano speculare.

È già successo: anche in Italia, anche di recente: ricordate il caso Stamina. Ecco casi di questo genere non debbono più succedere. E la comunità scientifica, senza rinunciare per un solo attimo alla libertà della ricerca, deve aiutare tutti a impedirlo con i due soli, ma potenti strumenti che ha a disposizione: il rigore e la trasparenza.
Anche i media devono fare la loro parte. Trovando la forza di rinunciare, quando è il caso, all’irresistibile tentazione della spettacolarizzazione.