Le Sardine non sono
tacchini che preparano
il pranzo di Natale

Fra i tanti paradossi della vita politica italiana, quello che riguarda le sardine è certamente uno dei più emblematici. Da un lato i commentatori più avvertiti (pochi, ad essere sinceri) hanno opportunamente colto nel movimento un segnale inequivocabile della crisi delle forme, dei soggetti e dei metodi della rappresentanza politica. Dall’altra parte, quegli stessi commentatori fanno seguire a questa constatazione la pressante richiesta di chiarire obbiettivi, strategia, alleanze e scelta di campo. Che è quanto dire che si chiede ad una realtà sintomo di una crisi una linea di condotta che conduca a partecipare pienamente di quella stessa crisi. Come pretendere da un tacchino che prepari il pranzo di Natale.

Perché sono diverse dai partiti

E dire che le cose sono in realtà molto chiare, anche per merito di un comportamento complessivo che, almeno finora, si è accuratamente guardato dal legittimare malintesi o strumentalizzazioni. Le sardine sono un movimento – con tutte le caratteristiche proprie di un movimento che, per definizione, è cosa affatto diversa (e talora perfino opposta), rispetto ai partiti politici. Insistere affinchè esse chiariscano la loro identità, si collochino nello scenario politico nazionale, dichiarino le finalità delle loro iniziative, equivale a chiedere a un movimento di rinnegare la propria natura per essere altro da sé

Si dovrebbe anche aggiungere un ulteriore elemento, sul piano dell’analisi, finora non emerso nelle valutazioni che sono state proposte. Le sardine sono diretta testimonianza della crisi del sistema della rappresentanza politica anche dal punto di vista dei linguaggi. I linguaggi abitualmente utilizzati dai soggetti politici tradizionali, compresi quelli della sinistra, sono rifiutati seccamente. No al linguaggio delle mobilitazioni prezzolate su treni o autobus, no al linguaggio delle bandiere, no al linguaggio degli slogan, no al linguaggio, delle sfilate, no al linguaggio – retorico, prevedibile, enfatico – dei discorsi dal palco. L’unico linguaggio coerentemente praticato dalle sardine è la presenza fisica, preferibilmente quel tipo di presenza capace di rievocare il modo di essere e di muoversi dei banchi di pesce, coeso, silenzioso e disciplinato.

Ripartire da “Bella ciao”

L’immediato e sbalorditivo successo riportato da questa iniziativa, unitamente alle innovazioni “linguistiche” in precedenza segnalate, sta a dimostrare un punto molto importante, anche se per lo più trascurato. Le sardine non sono uno dei tanti movimenti succedutisi sullo scenario politico italiano degli ultimi trent’anni, nel senso che non sono affatto un’espressione prepolitica, in attesa di trasformarsi in qualcosa che assomigli ad un partito politico. Al contrario, esse identificano compiutamente uno spazio post-politico, la cui storia è ancora tutta da scrivere, proprio perché l’ecosistema in cui si muovono questi simpatici pesci si sta formando sulla decomposizione del sistema politico tradizionale “abitato” dai partiti, dalle loro liturgie e dai loro linguaggi. Il fatto che questa transizione avvenga sulle note di una canzone di fatto da tempo negletta dalle organizzazioni politiche della sinistra italiana, quale è “Bella ciao”, lascia trasparire la volontà di “ricominciare da capo”, ripartendo dal movimento di liberazione degli anni quaranta, per costruire uno spazio nuovo, abbandonando letteralmente come vuoto a perdere soggetti e riti della politica ormai definitivamente e irrimediabilmente consumati.