Le ragioni di #ioleggoperché

E’ iniziata sabato e durerà sino a domenica 28 ottobre la nuova campagna #ioleggoperché giunta ormai alla sua quarta edizione e che ha l’obiettivo di sostenere le biblioteche scolastiche. Nata tra non poche polemiche, la campagna di lettura, secondo i suoi sostenitori, ha conquistato anno dopo anno una migliore fisonomia.

Ma come funziona? Ci sono scuole aderenti, librerie che partecipano (quest’anno circa 2.000), una lista di libri che il privato può donare alle biblioteche scolastiche (o scegliere quale libro regalare secondo i propri gusti) e ci sono gli editori che incrementeranno la disponibilità di libri con una propria donazione (circa 100.000 volumi). A promuovere la campagna #ioleggoperché c’è l’Aie, l’Associazione italiana editori con il sostegno di una miriade di istituzioni e associazioni a partire dal Ministero dell’istruzione.

Oltre alla settimana delle “donazioni”, la campagna prevede numerose iniziative di promozione della lettura che abbracciano un arco temporale più ampio.


In anni passati non poche erano state le critiche all’iniziativa. Tra queste il fatto – sostenevano in molti – che non si promuove la lettura affermando semplicemente che “è bello leggere” e che non bastano pubbliche letture per trasformare il non lettore in lettore. Senza contare chi seminava il dubbio che in realtà si trattasse di una grande operazione commerciale che premiava le vendite e svuotava i magazzini degli editori di titoli ormai difficili da smerciare. E a chi sosteneva e sostiene giustamente che sarebbe compito dello Stato garantire che ogni scuola sia dotata di una propria biblioteca, vale ricordare che purtroppo in moltissime scuole i genitori si devono autotassare anche per garantire la carta igienica nei bagni, figurarsi se arrivano i libri. Tanto vale darsi da fare in “autonomia”.
Cosa ci dice la realtà di #ioleggoperché? Ci dice che grazie alle donazioni sono sorte o si sono rivitalizzate numerose biblioteche scolastiche. Basta questo per creare nuovi lettori? No ovviamente. Serve che accanto ai libri ci sia chi – insegnante, bibliotecario – si metta in gioco, si affianchi allo studente, piccolo o grande, per suscitare l’amore per la lettura e l’attrazione per il libro.

Tutti noi che giriamo per scuole a parlare di libri sappiamo quanto la lettura sia un dono che si accompagna quasi sempre al dono, davvero grande, di avere un insegnante che crede nel potere della lettura e trasmette questo amore. Vorremmo anche che lo Stato investisse di più nell’istruzione, e che ci fossero più risorse per la formazione. Solo così la lettura potrebbe diventare un dono condiviso. Senza formazione, senza investimenti in bibliotecari e insegnanti, che sono i veri “messaggeri della lettura”, anche le donazioni di libri possono risultare un gesto sterile. Perché è vero, per trasformare un non lettore in lettore non basta dirgli che “leggere è bello”. Servono azioni concrete.