Le ragioni della sconfitta di Corbyn
Sbandamenti della strategia sulla Brexit

È evidente che se in un’elezione incentrata sulla Brexit un partito perde voti su entrambi i lati della barricata qualcosa di profondo nella strategia non ha funzionato. Se si puó spiegare con l’avversione al secondo referendum la perdita dei voti di molti leavers, è più difficile spiegare la perdita di oltre un milione di elettori anti-Brexit pur seera stato offerto  loro un credibile piano per fermarla. Qui i problemi vengono davvero da lontano. Alle politiche del 2017 il 40% del Labour si spiega anche con l’”ambiguità costruttiva” che aveva portato a votare Labour una certa quota di leavers (il 31% degli elettori Labour del 2017 secondo il rapporto Ahscroft pubblicato dopo il voto) per il suo impegno a rispettare l’esito del referendum e una certa quota di remainers (parte del restante 69%) perchè era l’unico modo di impedire una maggioranza dei Tories. Tuttavia la strategia di Corbyn sulla Brexit non è mai stata chiara. Se da una parte era lodevole l’intento di proporre una soluzione di compromesso che rispettasse nominalmente l’esito del referendum (la cosiddetta soft brexit, con la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale europea e il mantenimento dell’accesso al mercato unico) non è mai stato chiaro cosa sarebbe accaduto qualora i Tories, che detenevano la maggioranza parlamentare, avessero rifiutato ogni compromesso, come è di fatto poi successo. Fin dal gennaio 2017 infatti la linea dell’ex Primo Ministro Theresa May era molto chiara: hard brexit, con l’uscita del Regno Unito sia dall’unione doganale che dal mercato unico per poter perseguire una politica commerciale autonoma dal resto della UE. Nonostante la perdita della maggioranza nelle elezioni anticipate del 2017, la May non cambia la direzione di marcia e al dialogo con l’opposizione preferisce la ricerca del consenso dell’ala euroscettica del suo gruppo parlamentare. Anche dopo le dimissioni di Johnson dal governo in polemica con la sua linea morbida sulla questione irlandese, nel luglio del 2018, la May ignora un invito al dialogo di Corbyn dalla conferenza di settembre. Arriva così l’accordo di recesso siglato nel novembre del 2018 a cui sia il Labour che la destra del Partito Conservatore (incluso Johnson) si oppongono nel voto del 15 gennaio 2019, portando alla più catastrofica sconfitta parlamentare di un governo britannico da secoli.

Il ricatto di Theresa May

La May spende i due mesi successivi nel tentativo di vendere il suo deal al Parlamento usando come arma di ricatto la minaccia di un’uscita senza accordo alla scadenza dei negoziati prevista per il 29 marzo 2019. Un’arma tuttavia spuntata vista la possibilità di chiedere un’estensione dei negoziati, che porta la May a soccombere in altri due voti, il 12 e il 29 marzo stesso (dove incassa il primo voto a favore di Johnson in cambio della promessa pubblica di dimettersi dopo l’approvazione), in un calvario che logora sia la sua immagine che quella del suo deal in una vastissima maggioranza del paese. Dall’altra parte la situazione non era molto migliore. Fin dalla conferenza del settembre 2018 Il governo ombra laburista si divideva tra i sostenitori di un referendum tra un’opzione remain e la hard brexit propugnata dai Tories e i sostenitori delle elezioni anticipate e di una soft brexit. Da gennaio 2019 in avanti la strategia del Labour diventa del tutto incomprensibile con le due fazioni interne al governo ombra e allo stesso ufficio di Corbyn sempre più divise. Gli europeisti insistevano sul nuovo referendum senza però spiegare come fare a organizzarlo con un governo ostile e senza una maggioranza parlamentare senza passare prima dalle elezioni anticipate. Gli euroscettici insistevano sulle elezioni anticipate senza però spiegare come vincerle proponendo una soft brexit che non entusiasmava né l’elettorato pro-remain né quello pro-leave che rigettava anche l’accordo più hard della May. Paralizzato da questo scontro interno Corbyn non prende una posizione chiara e dopo la sconfitta di una mozione di sfiducia (il giorno successivo al primo affossamento dell’accordo della May) abbandona anche le speranze di arrivare alle elezioni anticipate.

Da quel momento in avanti il Labour non sembra proprio avere una linea: Corbyn istruisce i suoi parlamentari a votare a favore sia di una soft brexit che di un nuovo referendum che di un’estensione dell’articolo 50 nei voti che si succedono alla Camera dei Comuni tra il 14 marzo e il 1 aprile 2019, ma non ripropone mai la mozione di sfiducia. Anzi dopo una prima richiesta di dialogo, il 7 febbraio, Corbyn accetta di dialogare con la May quando arriva la sua tardiva apertura del 3 aprile, avvenuta soltanto dopo la terza sconfitta del deal, l’annuncio delle sue dimissioni e una prima estensione della scadenza. L’illusione di potere arrivare a una soft brexit per via parlamentare si sconta con la realtà del fatto che la May non voleva nè poteva offrire nessuna garanzia di implementare un eventuale accordo con Corbyn avendo già promesso le sue dimissioni e non potendo pertanto promettere nemmeno nuove elezioni a breve. Peraltro la May non aveva mai nascosto di preferire, per indole, storia e valori, l’unità del partito conservatore (alla quale ha dedicato la sua premiership fino a sacrificarla) a qualunque tentativo di dialogo bipartisan. Di fatto, l’insistenza a dialogare fuori tempo massimo con un avversario già sconfitto per sostenere un compromesso privo di consenso nel paese è davvero incomprensibile, anche perché impedisce a Corbyn di prepararsi alle elezioni europee di Maggio, rese inevitabili dall’estensione dei negoziati fino al 31 Ottobre decisa dal Consiglio Europeo del 10 aprile.

Impreparazione

A queste elezioni il Labour arriva completamente impreparato. La rottura delle consultazioni con la May arriva soltanto il 17 maggio, ad una settimana dal voto. Corbyn si rifiuta di fare campagna, il Partito non usa le sue strutture ed i suoi fondi, le candidature sono scelte in fretta e furia e il messaggio politico è del tutto confusionario. I risultati sono devastanti: il Labour finisce terzo al minimo storico con il 14%, dopo il Brexit Party di Farage al 30% e i liberaldemocratici al 20%. La somma dei partiti dichiaratamente europeisti (verdi, liberaldemocratici e nazionalisti scozzesi e gallesi) supera il 36% portando a un’ umiliazione del Labour resa leggermente meno amara dal concomitante tracollo dei Tories, ridotti al 9%. Queste elezioni segnano di fatto un punto di svolta, consolidando un senso di tradimento generalizzato in molti elettori laburisti, sia leavers che remainers, che abbandonano il Labour per non ritornarvi più nemmeno alle politiche di dicembre, e alimentando le ambizioni dei liberaldemocratici, la cui nuova leader Jo Swinson (eletta subito dopo le europee) rifiuterà un governo ad interim di Jeremy Corbyn perché convinta di poter soppiantare il Labour come principale forza di opposizione ai conservatori nelle elezioni anticipate. Se questo non è avvenuto è unicamente in ragione del fatto che proprio in risposta alla sconfitta alle europee, Corbyn si decide ad appoggiare la proposta di un nuovo referendum sulla Brexit. Una mossa difensiva che prende atto del fatto che  la stragrande maggioranza degli elettori Labour si sono convinti dell’impossibilità di un compromesso coi conservatori e considerano la Brexit un grave errore, è questo era vero sia a Londra che nei collegi del Red Wall a maggioranza pro-leave, dove la minoranza di remainers costituisce il nucleo vitale dell’elettorato Labour. Va inoltre considerato che anche i verdi erano decisamente ostili e avevano stretto un all’alleanza remain con liberaldemocratici e nazionalisti gallesi che aveva come principale scopo quello di rubare voti europeisti al Labour. Affrontare le elezioni senza includere il secondo referendum nel programma avrebbe quasi certamente portato a risultati anche peggiori nel Red Wall e a risultati umilianti nelle aree del paese pro-remain, dove i liberaldemocratici rischiavano di soppiantare il Labour come primo partito (e in alcuni collegi l’hanno fatto comunque). Non è un caso che alla conferenza di settembre 2019 la policy di un nuovo referendum avesse anche l’appoggio degli euroscettici raggiungendo l’assoluta unanimità.

Per due anni persegue la strategia di soft brexit che non porta da nessuna parte. Invece di demolire un avversario alle corde, Corbyn sceglie di dialogarci. Se la proposta di un nuovo referendum era inevitabile, perché non testarla direttamente alle elezioni europee, provando a vincerle, invece che subirla in seguito a un fallimento elettorale? La storia dirà se quelli di noi che chiesero al Corbyn di uscire dall’empasse sulla Brexit alle elezioni europee saranno vendicati. Ma la colpa di una strategia confusa e contraddittoria è tutta di Jeremy Corbyn?