Le radici profonde
del razzismo, anche
nelle istituzioni

«Voglio esprimere solidarietà e vicinanza a Beatrice Ion, atleta della nazionale italiana di basket in carrozzina, vittima insieme al padre, di una vergognosa aggressione fisica e verbale a sfondo razziale». A confrontarsi e a esecrare uno degli ultimi episodi di razzismo in Italia è il presidente del Comitato Italiano Paralimpico, Luca Pancalli.

Un episodio che dimostra due cose. Primo: il movimento mondiale nato dopo l’assassinio di George Perry Floyd avrà ancora molto da lavorare per sconfiggere il razzismo. Secondo: l’Italia non è al riparo da questo problema. Anzi. Cercando di negarne l’esistenza, è più esposto di altri.

E, invece, con questo problema dobbiamo imparare a fare i conti, se lo vogliamo risolvere o, quanto meno, relegare ai margini della nostra vita sociale. E per fare bene i conti con lui, dobbiamo iniziare a rispondere alla domanda, ma cos’è, infine, il razzismo?

Foto di Javier Robles da Pixabay

A questa domanda risponde in maniera radicale Annamaria Rivera in un libro che ha da poco dato alle stampe con l’editore Dedalo di Bari, intitolato, appunto, Razzismo. L’autrice è stata docente di Etnologia e Antropologia sociale presso l’Università di Bari e da tempo collabora con numerose testate giornalistiche. E il libro è una raccolta, ben organizzata, di suoi articoli giornalistici sull’argomento. In tutti i capitoli/articoli Annamaria Rivera entra nelle varie forme che concretamente assume il razzismo: dal linguaggio discriminante alla costruzione della “fortezza Europa” per respingere un’invasione (quella dei migranti) che non c’è né mai c’è stata. Ma nell’introduzione l’autrice si propone, riuscendoci, di dimostrare «il carattere sistemico del razzismo odierno», da cui deriva tutta la sua pericolosità.

Non è (solo) odio il razzismo. Non è hate speech, un parlare che trasmette il sentimento dell’odio, e non è neppure (solo) violenza fisica, come quella che ha sperimentato il padre di Beatrice Ion, colpevole agli occhi dell’aggressore di essere una persona disabile e con sembianze “straniere” (anche se cittadina italiana a tutti gli effetti, addirittura atleta di punta della nazionale). L’odio razziale è una componente, un modo di manifestarsi del razzismo, ma non basta a definirlo Anzi, è pericoloso ridurlo a mero odio perché così facendo, scrive Annamaria Rivera «si finisce per ignorarne la dimensione storica e sociale».

Il razzismo è una cultura che ha radici storiche profonde ed è il carattere emergente di un sistema complesso, di cui l’odio è, appunto, solo un’espressione.

Si dice che il razzismo sia (anche) “paura”. Paura dell’altro, paura di qualcuno che attenta alla tua sicurezza fisica ed economica. Ma anche questo è uno stereotipo. Quale paura poteva suscitare quella madre nigeriana di nascita che, il 18 dicembre 2019 presso l’ospedale di Sondrio, piangeva la sua bambina appena morta all’età di appena cinque mesi, aggredita con una serie di frasi che Annamaria Rivera definisce, giustamente, «raccapriccianti»? Avrebbe dovuto suscitare pietà – cosa c’è di più doloroso per una madre che la perdita della propria creatura? – e invece quella donna piangete è stata sommersa da una serie vigliacca di contumelie. Un’aggressione razzista, appunto.

No, il razzismo non è solo “socializzazione del rancore”, come lo ha definito Hans Magnus Enzensberger (citato da Rivera).

E non è neppure (solo) una “guerra tra poveri”, come molti – anche a sinistra – hanno sostenuto in occasioni di recenti aggressioni a “stranieri” in alcuni quartieri popolari di Roma. Non è (solo) il disagio sociale che provoca la “socializzazione del rancore”.

Molti hanno difficoltà ad ammetterlo. Ma giustamente Annamaria Rivera ci ricorda che il razzismo non si manifesta solo tra le classi più marginali della società. Al contrario, è ben presente anche nelle classi più ricche e persino in quelle più colte. Annamaria Rivera ricorda come a Udine il 9 luglio 1985, Giacomo Valent, un ragazzo di sedici anni, fu ucciso a coltellate da due suoi compagni di scuola. I tre frequentavano un costoso liceo privato, cui potevano accedere solo i figli della classe medio alta di Udine. Lui, Giacomo, aveva il torto di avere il padre di origine italiana e la madre di origine somala. La madre era una principessa somala. Gli assassini erano rampolli della buona borghesia di una tranquilla città friulana. D’altra parte come non ricordare che quando Albert Einstein ottenne il primo incarico al Politecnico di Zurigo una dottissima commissione scientifica scrisse, nero su bianco, che era una brava persona malgrado fosse ebreo.

Sì, il razzismo appartiene anche alle classi ricche e colte. Non è (solo) una “guerra tra poveri”.

Né basta l’integrazione a scongiurare il razzismo. Albert Einstein a Zurigo era perfettamente integrato. E, in tutt’altro contesto, perfettamente integrato è anche Mario Balotelli, tanto che, in un certo periodo, è stato considerato una sorta di mito calcistico ed è approdato nella nazionale di calcio, che secondo alcuni è uno dei simboli che unisce la nazione italiana. Non c’è stato nulla da fare: per via del colore della sua pelle, il ragazzo è stato (ed è tuttora) oggetto di ripetute manifestazioni razziste.

Il razzismo è tutto questo, ma molto altro ancora, sostiene Annamaria Rivera. È una cultura con profonde radici nell’Europa protagonista in passato – in un passato che non è mai davvero passato – di un’espansione colonialista e imperialista che ha cercato nel razzismo una sua giustificazione profonda. Non siamo noi che siamo colonialisti e imperialisti, sono loro che sono inferiori. Biologicamente e/o culturalmente, non importa. Perché questa giustificazione – il razzismo – ha cercato sponde tanto nella scienza (l’idea, che la scienza ha dimostrato errata, dell’esistenza di razze umane biologicamente diverse) sia in una certa idea di gerarchia culturale, a sua volta sbagliata.

Non possiamo dimenticare questa storia. Al contrario, dobbiamo farci i conti.

Ma il razzismo non sarebbe tale – questa è la tesi solo in apparenza radicale di Annamaria Rivera – se non ci fosse un razzismo istituzionale. Se non ci fosse un sistema – ahinoi, sempre più fitto e organico – di leggi che tendono a discriminare “l’altro” in maniera, spesso, talmente plateale da tradire le idee più consolidate di universalismo e di diritto civile. Questa rete istituzionale in Europa – e in genere in Occidente – è ormai talmente estesa che neppure ci accorgiamo della sua esistenza.

Non è che il problema del razzismo riguardi solo l’Europa (Italia compresa) e l’Occidente. Riguarda anche e spesso soprattutto altre aree del mondo. Ma noi siamo e rivendichiamo di essere l’”Occidente libero”, l’area più democratica del mondo. E per questo abbiamo (dovremmo avere) una speciale sensibilità e speciali doveri.

Ecco, dunque, il messaggio per una sinistra che si riappropria di valori appannati: iniziamo a smantellarlo quel carattere sistemico del razzismo che attraversa il paese, lavorando su tutte le sue componenti ma iniziando da quelle istituzionali. Iniziando, per esempio, dei decreti sicurezza voluti da Matteo Salvini.