Le radici ambientaliste
dell’Europa unita

Un’Europa ecologista, di sinistra è il segnale che arriva dagli iscritti di Possibile che hanno votato in maggioranza per una Lista unitaria con i Verdi alle prossime elezioni Europee. Ed è un bel segnale perché dà valore alle richieste che arrivano forti e allarmate dai giovani dell’Unione attraverso i Friday for future in cui molta parte della popolazione studentesca chiede alla politica di fare qualcosa per migliorare le condizioni difficili, sociali, ambientali e culturali in cui si è costretti a vivere. Ed è proprio grazie all’istituzione dell’Europa unita, a partire dagli anni ’70, che le politiche ambientali hanno preso avvio, in una condizione nazionale dei vari Stati che procedeva a grandi passi verso un consumo aggressivo di suolo, una cementificazione selvaggia, una bulimia energetica che aveva incoronato il petrolio come combustibile perfetto e inesauribile. E questo a scapito della salubrità e della salute delle popolazioni. Anche i primi passi dell’istituzione della Comunità europea, nel 1957 con i Trattati di Roma, non prevedono alcuna norma riguardante la tutela ambientale.  In quella fase fu ritenuta ben più urgente l’implementazione di altre politiche, come quella agricola e quella industriale che aprivano il futuro alla modernità. Una modernità che prevedeva la predazione della natura come fonte inesauribile di risorse.

Fu solo nel corso degli anni 70, che nuove emergenze ambientali condussero al riconoscimento dell’urgente necessità di istituire delle regole comuni in materia. La politica dell’Unione Europea in materia di ambiente risale proprio al 1972, al Vertice di Parigi, in occasione del quale, capi di Stato o di governo sulla scia della prima conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente dichiararono la necessità di una politica comunitaria in materia di ambiente che accompagnasse l’espansione economica mediante la richiesta di un programma d’azione.  L’Atto unico europeo del 1987 ha dato una risposta a questa necessità introducendo un nuovo Titolo, “Ambiente”, che ha costituito la prima base giuridica per una politica ambientale comune finalizzata a salvaguardare la qualità dell’ambiente, proteggere la salute umana e garantire un uso razionale delle risorse naturali. E già dall’inizio il segnale è chiaro. Vengono individuati come obiettivi, il controllo e l’etichettatura di sostanze chimiche pericolose, la protezione delle acque di superficie e il monitoraggio degli agenti inquinanti. Da allora, e la maggior parte delle volte in contrasto con gli Stati Membri, sono entrate in vigore oltre 200 norme comunitarie sull’argomento, inizialmente solo attraverso singoli interventi settoriali e poi, via via, registrando i primi successi nel controllo dei fenomeni d’inquinamento e contribuendo ad alimentare un dibattito sempre più ampio. Da quei lontani anni ’70, le competenze europee in ambito ambientale sono poi state ulteriormente ampliate, fino a diventare, con il Trattato di Amsterdam (1999), uno degli obiettivi prioritari dell’Unione Europea.  Con il trattato di Amsterdam si stabilisce inoltre l’obbligo di integrare la tutela ambientale in tutte le politiche settoriali dell’Unione al fine di promuovere lo sviluppo sostenibile e poi, man mano si perfezionano negli anni le finalità prioritarie: la salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente;  la protezione della salute umana; l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali; la promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell’ambiente. Una rivoluzione per gli Stati Membri, obbligati ad adottare  misure comunitarie, la maggior parte delle volte in contrasto con le politiche nazionali, come quelle italiane, che privilegiano l’occupazione del suolo, il profitto e l’industrializzazione selvaggia a scapito dei lavoratori e dell’ambiente. Vengono introdotti principi dirompenti per un sistema capitalistico malato colluso con la politica nazionale, come il principio di precauzione, il principio dell’azione preventiva, quello della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente e infine, ultimo arrivato, il principio del “chi inquina paga”. Niente è più come prima per noi. E a nulla valgono le deroghe, le eccezioni. Certo non è stato facile. La formazione di decisioni politiche in materia di ambiente, all’interno dell’UE, è sempre avvenuto attraverso l’interazione fra diversi livelli istituzionali. La Commissione, il Consiglio e il Parlamento che hanno il compito di interagire allo scopo di bilanciare le pressioni spesso opposte delle nazioni più ambientaliste e di quelle che, invece, si preoccupano maggiormente dei costi delle politiche ambientali in termini di crescita economica. Ma tanto è stato fatto su impulso e per obbligo dell’istituzione comunitaria. E’ importante dunque che il percorso europeo non s’interrompa e che ci s’impegni nel rendere sempre più forte il segnale politico di sinistra, ecologista ai livelli decisionali dell’Unione.