2 agosto, prove false
e manovre
per pilotare l’inchiesta

Per capire la figura di Francesco Bellini, all’epoca latitante per tentato omicidio, occorre preliminarmente decifrare quella di Ugo Sisti, come si è visto assolto perché non sapeva che una delle persone che gli facevano compagnia la sera del 2 agosto ‘80, tal Diego Da Silva, passaporto brasiliano, di professione antiquario, era in realtà Francesco Bellini, figlio del suo amico Aldo Bellini, proprietario dell’hotel Mucciatella. Dell’ex procuratore Sisti si sanno poche cose ma estremamente significative. La prima è che nel novembre del 1980, quando già è direttore degli Istituti di prevenzione e pena, e quindi non ha più alcun titolo per occuparsi di ciò che è accaduto a Bologna, manda una lettera a Pietro Musumeci, capo dell’Ufficio D del Sismi,chiedendo lumi sull’attentato alla stazione.

Quesiti fuori luogo

Foto di MichaelGaida da Pixabay

Vi si legge: “Esplosione predisposta a telecomando o a tempo?”, “Quali i motivi del collocamento nella stazione di B.?” ecc. Alla luce di quanto accadde il 13 gennaio 1981, quando Musumeci e Belmonte piazzarono prove false su un treno per rendere più esotica l’inchiesta sulla strage, colpisce soprattutto uno degli ultimi quesiti posto da Sisti: “Gli ideatori erano tutti italiani?”. Le domande di Sisti costituiscono la premessa logica di un appunto in cui la cosiddetta “pista estera” viene abbozzata per la prima volta. E’ lo stesso Musumeci a inviarlo: non a Sisti, ma alla Procura di Bologna, impegnata in indagini fino a quel momento concentrate sulla destra eversiva italiana. Un vero e proprio sgambetto, per quello che ne sappiamo oggi.

Sisti dovrebbe occuparsi solo di carceri, Musumeci vigilare sulla sicurezza interna del Sismi. Entrambi si dedicano a una vicenda, quella di Bologna,che dovrebbero semplicemente ignorare. Una spiegazione parziale-per la verità appena ventilata -, si trova nella relazione firmata nell’84 da Libero Gualtieri, all’epoca presidente del Comitato parlamentare sui Servizi segreti, che nella prima metà degli anni Ottanta si occupa anche delle trattative per la liberazione di Ciro Cirillo e del loro sfondo, costituito dalle ignobili speculazioni avvenute sul terremoto che nell’80 sconvolse l’Irpinia.

Per giustificare l’ingresso a gamba tesa del Sismi – che estromette dall’operazione il Servizio segreto civile, a cui spetterebbe per competenza – qualcuno spiega al Comitato parlamentare che Musumeci è “amico” di Ugo Sisti e questo avrebbe facilitato i movimenti nelle carceri di spioni con criminali al seguito. Sarebbe interessante sapere come nasce questa amicizia. Ed è proprio all’ombra di questo legame (nelle trattative per liberare Cirillo)che per la prima volta esce dall’ombra Adalberto Titta, il capo dell’Anello o “Noto servizio”, scoperto anni dopo da Giannulli e Caccioppo tra i documenti dimenticati in un deposito sulla via Appia.

Amicizie imbarazzanti

Sisti, ormai deceduto, ha dunque due amici imbarazzanti. Tal Roberto Da Silva, alias Bellini, militante di Avanguardia nazionale; e Pietro Musumeci, sempre presente quando una parte del Sismi devia pesantemente dai compiti d’istituto: un’amicizia, quella con Sisti, che forse l’archivio storico del Copasir consentirà di meglio delineare. Oggi se ne potrebbe aggiungere forse un terzo, Aldo Bellini, padre di Francesco. Perché c’è un “A.Bellini” negli appunti di Stefano Delle Chiaie riferiti alle due società che fanno da paravento ai traffici e ai movimenti finanziari di Avanguardia nazionale: la Promicon, con sede a Bergamo, e la Odal Sas, con sede a Roma. Amministratori sono, nel primo caso, Alfredo Graniti e, nel secondo, i fratelli Carmine e Roberto Palladino.

Carmine Palladino, come si è visto, viene assassinato in carcere nell’82, quando sembra che si sia deciso a raccontare ciò che sa del 2 agosto. Alfredo Graniti viene invece arrestato, insieme a Massimo Carminati (“Er Cecato” di Mafia Capitale) mentre si accinge a raggiungere la Svizzera.

Cosa sapeva Palladino

Palladino sapeva molte cose ma, visto che non può più raccontarle, i giudici sono stati costretti ad addentrarsi con prudenza sul terreno scivoloso offerto dalle “rivelazioni” di Elio Ciolini, un bugiardo professionale legato sia a Gelli che a Delle Chiaie, riemerso dall’ombra alla vigilia delle stragi di mafia. Siccome per depistare bisogna miscelare verità e panzane, le indagini hanno dovuto soprattutto discenere le une dalle altre.

Gli accertamenti, scrivono nell’86 i pubblici ministeri Dardani e Mancuso, hanno dimostrato la veridicità di due punti del racconto di Ciolini: Promicon e OdalSas erano effettivamente “controllate” da persone dell’estrema destra; tra il giugno e il luglio dell’80, quindi alla vigilia della strage, tutto lo stato maggiore di Avanguardia nazionale si era trasferito

in Italia dall’America Latina, dove trascorreva la latitanza. Oggi si sospetta che, anche attraverso quelle due società, siano passati i soldi arrivati, tramite Gelli e Ortolani, dal Banco Ambrosiano.

Chiarirlo è diventato obbligatorio nel momento in cui due testimoni e un fotogramma ci dicono che, il 2 agosto 1980, Francesco Bellini era alla stazione di Bologna. Per il momento si sa che Carlo Maria Maggi, capo di Ordine nuovo nel Veneto, parlando senza sapere di essere intercettato, ha detto al figlio del coinvolgimento di Paolo Bellini nella strage di Bologna. E che proprio riferendosi a Bellini ha aggiunto: “Ha ricevuto 100…”. Bellini e Cavallini hanno quindi due punti in comune: sono entrambi terminali di un flusso di denaro a ridosso della strage; hanno entrambi un collegamento (nel primo caso apparentemente indiretto) con l’Anello, affiancato ai servizi ufficiali nelle fasi più oscure della storia italiana.

Da Bologna ad Altofonte

“Ero schifato dopo le stragi capivo che si doveva fare qualcosa anche perché io non sono mai stato un terrorista. Quando mi incontrai a San Benedetto del Tronto con il maresciallo Tempesta, del Nucleo tutela patrimonio artistico dei Carabinieri, dissi che mi sarei potuto infiltrare dentro Cosa nostra. Lui disse che ne avrebbe parlato con il colonnello Mori. Tempo dopo ci vedemmo a Roma, in un distributore di benzina lungo il raccordo anulare. Arrivò l’ok del colonnello e io andai in Sicilia a contattare un mio vecchio compagno di cella, Antonino Gioè . Altrimenti col cavolo che sarei andato nella tana del lupo a suicidarmi”. Così ha parlato Francesco Bellini, sentito al processo sulla trattativa Stato-mafia.

Antonino Gioè, suicida in carcere (ma sulla dinamica del suicidio ci sono molti dubbi), è uno degli uomini che a Capaci piazzarono in un cunicolo sotto l’autostrada l’esplosivo per uccidere Giovanni Falcone. Il boss di Altofonte Francesco Di Carlo, cugino di Gioè, ha raccontato che, mentre era in carcere a Londra, uomini dei Servizi segreti (italiani, ma non solo) gli chiesero chi contattare in Sicilia per bloccare le indagini di Falcone. Lui diede loro proprio il nome di Gioè. E’ il contesto in cui si inserisce il racconto di Bellini, ma questa è un’altra storia. O forse no.

3 – fine (Le precedenti puntate qui  la prima parte  e  la seconda )