Le preoccupazioni
(sacrosante)
di Bruxelles
sulla nostra crisi

Gli italiani sono circa 60 milioni, ovvero un po’ più del 13 per cento dei 450 milioni di abitanti dell’Unione europea (dopo la Brexit), ma all’Italia andrà quasi il 28 per cento dei fondi che verranno distribuiti con il Next generation EU: 209 miliardi su 750.

Ecco: la differenza tra la prima percentuale e la seconda è la misura della scommessa che l’Europa – che la s’intenda come le istituzioni dell’Unione o l’insieme dei paesi che ne fanno parte – ha deciso di fare sugli italiani. Ma è, nello stesso tempo, la misura della responsabilità che noi italiani ci siamo caricati sulle spalle. Il trattamento di favore che ci è stato riservato si spiega non soltanto con il fatto che quando le decisioni sul dispiegamento delle risorse furono prese L’Italia era il paese europeo in cui la pandemia infuriava più pesantemente, ma anche con la diffusa consapevolezza, all’epoca, che proprio in Italia, il paese con il debito pubblico più alto e la necessità di riforme di fondo e di investimenti pubblici più forti, il nuovo corso di politica economica e finanziaria in cui l’Unione si instradava con l’abbandono della disciplina di bilancio fine a se stessa e la comunitarizzazione del debito avrebbe dato i suoi frutti migliori. Qui è il peso determinante della nostra responsabilità: non quello che succederà tra qualche mese, quando e come usciremo dalla tremenda emergenza della pandemia, ma quello che sapremo impostare per gli anni a venire dando sostanza a un progetto che non è per caso che è stato intitolato alle prossime generazioni.

Speciale responsabilità

Bisogna allora domandarsi: la politica italiana ha tenuto conto, sta tenendo conto di quella speciale responsabilità? Andare a cercare la risposta nelle confuse e a tratti grottesche vicende di questi giorni a Roma è un esercizio davvero sconfortante. Ma non è tanto a Roma che si dovrebbe, in questi giorni, guardare, quanto a Bruxelles. Da giorni sulle vicende italiane nelle sedi europee vale più che mai il principio del no comment. Viene da pensare che il silenzio non sia dettato tanto da scrupoli di non ingerenza (che quando è necessario da quelle parti vengono superati senza tanti problemi, ed è giusto così) quanto dalla difficoltà a comprendere davvero la natura e l’entità della posta in gioco nello scontro politico che le frenesie di Matteo Renzi e gli arroccamenti di Giuseppe Conte hanno acceso in Italia.

Ma se, almeno per ora, vige la legge del silenzio, non è difficile, ed è molto utile, immaginare le preoccupazioni che in queste ore certamente sono diffuse nelle istituzioni comunitarie.

Esse sono di due diversi ordini.

Il primo riguarda il merito del trasferimento all’Italia delle risorse e del modo in cui le autorità italiane stanno preparando i criteri di spesa. Tra settembre e i primi di novembre – si sente dire a Bruxelles – c’è stata una buona collaborazione tra la Commissione e il governo italiano, specie nella persona del ministro per gli Affari europei. Le cose hanno cominciato a complicarsi quando il presidente del consiglio ha presentato il suo progetto di governance con tutte le polemiche, molto italiane, che ne sono seguite: la Commissione chiedeva effettivamente la creazione nei paesi di strutture ad hoc per la gestione dei progetti, ma non c’è dubbio che venne spiazzata dalla virulenza dello scontro che si accese sulle proposte di Conte. In nessun altro paese esisteva un simile problema. Venne poi la prima bozza del Recovery Plan, la cui inadeguatezza fornì a Renzi un ulteriore (e non del tutto pretestuoso) motivo di polemica. Il resto è cronaca, confusissima, di questi giorni.

Un fallimento di tutti

Ora una considerazione che non dovrebbe passare in secondo piano è che le incertezze intorno al Recovery Plan non sono un problema solo “italiano”. Se il meccanismo dei trasferimenti e delle spese sui progetti non funziona l’Italia rischia di perdere i soldi, ma la Commissione rischia ancora di più. Il fallimento di Roma diventa un fallimento di tutti: le grandi novità dell’abbandono della disciplina di bilancio come criterio assoluto (l’austerity, per dirla in una parola), la creazione di un bilancio comunitario degno di questo nome con un sistema efficace e giusto di risorse proprie, la comunitarizzazione del debito tramite i bond europei si sciolgono nel nulla. Un passo indietro micidiale, che non solo bloccherebbe ogni spinta all’integrazione europea ma produrrebbe un senso di frustrazione devastante nell’opinione pubblica.

Il secondo ordine di problemi è più squisitamente politico. Probabilmente a Bruxelles, come a Roma, pochi credono che la prospettiva di elezioni politiche anticipate in Italia, in piena pandemia, abbia davvero qualche chance. Ma in una crisi disordinata come quella che si sta dipanando a Roma e con forze politiche tanto instabili come quelle italiane, un incidente è sempre possibile. E la prospettiva che le elezioni portino al potere i sovranisti in uno dei grandi paesi europei è un incubo con il quale non è facile convivere. Le vicissitudini dei rapporti con l’Ungheria e la Polonia, paesi ben più marginali dell’Italia, così come le difficoltà vissute nel rapporto con gli Stati Uniti di Trump e il suo nazional-protezionismo, sarebbero assolutamente ingovernabili se a scivolare nel nazionalismo sovranista fosse l’Italia.

Qualcuno gridi pure all’ingerenza di “quelli di Bruxelles”. Se preoccuparsi del destino comune di questa parte di mondo che è l’Europa è “ingerenza”, evviva l’ingerenza.